20 luglio 2008
5 luglio 2008
Warmer Milks - Soft Walks (Animal Disguise, 2008) / James Jackson Toth - Waiting In Vain (Rykodisc, 2008)
Soft Walks. Passeggiate tranquille. Mentre scrivo non so esattamente quanti gradi ci siano fuori il mio corpo. Sul balcone (che ovviamente da a Sud) una lucertola stravaccata e gaudente mi guarda compiaciuta. Dove cazzo siamo finiti qui? In Amazzonia o nelle Isole Andorre stanno più freschi. Tra l'altro hanno un sacco di vegetazione per ricambiare ossigeno con anidride carbonica. Ma noi no. Noi abbiamo le automobili che sbuffano smog, i cementi armati, gli asfalti che emanano miasmi mefitici. Se guardo all'orizzonte i contorni delle cose e delle persone si modificano. E' come nel video di Black Hole Sun. Mentre arrostisco la mia barbie sullo spiedo segnalo due modi diversi di fare gli americani. Tu vuò fà l'americano no? Procedendo con ordine. Scena: underground fognesco americano. Svolgimento: una carriera molto consueta (ormai) di uscite in ogni forma e grado. Conclusione: Non ci si capisce più niente. Moriremo soffocati dalle uscite discografiche... certo... sempre meglio che morire infilzati su una canna di bambù nella giunga cambogiana dopo tutto.Warmer Milks è la nefasta creatura di tale Mikey T. Due anni or sono, sulle prestigiose pagine di SentireAscoltare, segnalavo il capolavoro maligno della band http://www.sentireascoltare.com/CriticaMusicale/Recensioni/2006/recensioni/warmermilks.htm, Radish On Light, una vera mazzata di nonsicapiscebenecosa, un po' metal, un po' noise, un po' boh. Mikey T è un tipo molto buffo e inquietante con uno strabismo per niente assimilabile a quello di Venere. Mikey T è uno che se viene a bussare alla mia porta, io non lo aprò. Comunque sia, quest'anno i Warmer Milks avevano tentato di replicare quel pregevole guazzabuglio con un disco malissimamente riuscito, sotto l'egida della Release The Bats. Poi c'è stata una cassettina su Fuck It Tapes. Ma ora è arrivato il momento per il secondo disco con le palle sotto, il qui presente Soft Walks, pubblicato proprio in questi giorni da Animal Disguise.
Soft Waks. Passeggiate tranquille appunto. Fa caldo, non corriamo e non urliamo. Mikey T si reinventa country man di buona mano, sulla scia di Will Oldham e nientepopodimenoche NEIL YOUNG. Me' cojoni direte voi. E appunto. Mikey T ce la fa.
Ovviamente alla sua maniera, quindi è tutto un po' disgraziato, degradato, scassato. Quello dei Warmer Milks è un contry rock con il tumore al cervello. Tutto quello che di bello c'è nei dischi di Neil Young - senso dell'epico, senso dell'immanente, empatia e pathos - qui è trasformato in debosciate cantilene per uomini molto piccoli e molto poco Malboro. Le stonature della voce fanno il verso a quelle di Oldh
am, più perchè non c'è altro modo di cantare sta roba che per vera voglia di omaggiare il maestro. Poi ci sono i segnali che la follia galoppa. Roba che normalmente non dovremmo trovare in un disco di classic rock americano con le chitarre acustiche. Certi vaneggi psichedelici, certe intonature psycho stile Norman Bates. The Truth è una schifezza di demo suonata in presa diretta nella camera affianco. Tutto molto lo-fi. Metteteci pure certi accenti Varnaline. Abbiamo finito. I Warmer Milks se ne escono con uno dei dischi più strambi dell'anno. Sempre meglio di James Jackson Toth che ormai non ce la fa più. Non si regge in alcun modo in piedi. Mi fa anche certamente piacere fare la parte dell'integralista islamico underground che smerdizza qualcuno che approda su major ma che il Dio del Rock e la Madonna degli Alternativi mi benedicano dall'aldilà. Io non dico nulla. Segnalo solo il video del primo singolo, ripreso da Stereogum, tanto sempre merda music è... :
11 giugno 2008
Sun Araw - The Phynx (Not Not Fun, 2008)
2 giugno 2008
A GONZO REPORT: DEEP INSIDE THE G-SPOT!
Ancora Michigan, due tipi di carcasse: copertoni scoppiati ai lati della strada e animali non identificabili, il solito vuoto siderale intorno, da pianura padana vista da molto lontano, fattorie, silos, boschetti neri, gigantografie pubblicitarie. Comincia con noi il 15 agosto 2007 su qualche highway a far finta di essere qualcun altro. Evasi, assassini, drogati, gente che ha lasciato apposta le impronte sul luogo del delitto solo per provare l'adrenalina di un ulteriore inseguimento. O ancora folli strangolatori di chitarre e assatanati pigiatori di pedali, gente che anche per azionare il tostapane riesce a metterci di mezzo un po' di circuit bending. Siamo invece nati in italì, e tanto per cominciare stiamo ben attenti a non sbagliare uscita prima di ritrovarci con le chiappe a terra, vale a dire in Ohio. Lì un'altra volta, magari. Oggi invece siamo diretti in quel di Ann Arbor. Poi, una volta arrivati, dovremo trovare il punto g.Fuori rincontriamo anche Josh degli Our Brother the Native. Ci dice che stasera ci saranno più o meno tutti quellli che hanno anche solo un minimo progetto musicale, lì in Michigan. Esagera, ma la cosa ci spaventa e ci eccita non poco, anche perché sappiamo che sarà l'ultimo concerto a cui assisteremo prima della partenza. Stiamo cercando di rifarci del tempo perso altrove, cercando di non pensare che ci siam giocati per un solo giorno i Wolf Eyes e Panicsville che suonavano a East Lansing, a due passi dal posto dov'eravamo alloggiati. Non si capisce ancora bene chi suonerà ma la cosa sembra più promettente del previsto. I furgoni cominciano ad affluire come le station wagon nell'incipit di "Rumore bianco" ma non è così bello, temo. Dentro i furgoni però di roba per fare rumore ce n'è abbastanza per tutti.
Per ora ci allontaniamo, ben consci che se mangeremo non sarà una pizza e se mangeremo una pizza non torneremo indietro per raccontarlo. Il mini-market più vicino non offre gran che, intravediamo appena la faccia annoiata dell'indiano che lo gestisce mentre fa sparire chissà cosa sotto il bancone. Ancora una volta ci perdiamo in mezzo ai filari di case che staremmo a guardare per delle ore. Passiamo sotto i tralicci da cui pendono tutta una serie di scarpe da ginnastica annodate fra loro: una tradizione qui, oppure un'abile mossa pubblicitaria della nike. Sulla veranda degli studenti ci guardano un po' incuriositi mentre scattiamo foto.Lì vicino, questione di pochi isolati, c'è la University of Michigan dove insegna non so cosa Eric Cook, ex batterista dei mitici Gravitar e musicista elettronico per i fatti suoi. Mesi dopo mi dirà che gente come Olson e Dilloway facevano le stesse cose che fanno oggi già anni fa (grafica, musica, produzioni su produzioni) ipotizzando che l'unica differenza fra vecchie e nuove generazioni sia proprio questa perseveranza, questa convinzione che sembrerebbe non essere ancora scemata, di poter andare avanti all'infinito. Qualche dubbio, in verità, resta, nonostante sia difficile nascondersi che una scena musicale così trasversale forse l'America non l'ha mai avuta.
Al nostro ritorno la situazione si è decisamente movimentata. La veranda scricchiola sotto il peso di gente che muove i deretani al suono di musica r'n'b, e sarà pure fatto con autoironia (o vera passione, chissà) ma è davvero troppo per un inviato di pillaloo a cui non resta altro che tapparsi le orecchie e entrare abbastanza indignato. Siamo qui per la musica di merda e merda music avremo.
(i Crosse Humiliation han fatto uscire un paio di cassette per la Chondritic, la prima delle quali omonima, è proprio quell'harsh lì, la seconda - "A Very Young Rider" - cambia totalmente stile e preferisce atmosfere più cupe, una tendenza sempre più marcata nel Midwest noise. Ho scoperto solo dopo che ne fa parte Grey Holger/Hive Mind che quindi nella stessa serata dovrebbe aver suonato anche come Kvlts).
Appena sentiamo mezza nota ci ricatapultiamo di sotto e troviamo nientemeno che i Demons, vale a dire Nate Young dei Wolf Eyes (con espressione non proprio lucida) accompagnato dalla dolce metà Alivia Zilich e da quello che mi sembra un alcolizzato all'ultimo stadio (per esclusione quindi Steve Kenney). Ci sono due vecchi synth a fronteggiarsi l'un l'altro, la Zilich in mezzo a proiettare video ipnotici, onirici, rigorosamente in bianco e nero come già fa come Video Madness. I suoni lunghi, psichedelici e inevitabilmente kosmici s'intrecciano in una spirale ancora più lunga, diluita nel vortice delle immagini che scorrono poco più in là, una spirale sul muro che, man mano che passano i minuti, assomiglia sempre di più a un buco spazio-temporale. Davvero freak e con un suo fascino perverso, apprezzabile soprattutto se non sei sobrio, anche se "miracolo" è l'ultima parola che mi viene in mente. Le cose uscite su AA records comunque sono da recuperare.
Si fa strada un pensiero che si era annidato in noi fin dall'inizio alla vista di tanta gente sparsa qua e là, oltre che di amplificatori, pedali e quant'altro portati a spasso per le stanze, e cioé che ci troviamo di fronte a una specie di party o di happening più che a un vero e proprio concerto. Le modalità delle altre esibizioni ci dimostrano che non abbiamo torto, ma anche che è una serata aperta in cui è sì bello divertirsi ed esprimersi ma anche mostrarsi, far vedere che si è parte di una cosa sì sporca ma tanto cool. Puntuale inoltre la ripresa audio e quella video di ogni esibizione che nella merda music non si butta via niente, una cosa questa che sta già stufando da tempo ma che, nonostante tutto, continua ad avere un senso.
C'è una volante della polizia che passa spesso davanti alla casa. Senza rallentare troppo l'andatura tiene d'occhio la veranda traballante e le lattine che man mano si svuotano. Ormai è notte ma giurerei di aver visto il poliziotto che guidava con gli occhiali da sole, ma dentro il punto g si sta così bene che tutto è ridicolo visto da lì. Neanche il tempo di girarsi (sono nella bidonville accanto a uno scatolone ripieno di cassette e di una zucca di halloween di plastica) che un tizio ha appena unito lo stereo a non so che macchinario e comincia a far girare dei vinili e a distorcere il suono o a inserirci ritmiche diverse. O almeno mi sembra di ricordare. Indagando scopro che trattasi di Brian Polsgrove della HFH records e che ha collaborato con Warning Sign e con qualche altro progetto embrionale sempre in Michigan. Vedremo cosa combinerà il ragazzo in futuro, che oltretutto ha solo 20 anni.
Nel frattempo ci perdiamo qualcosa, forse gli stessi Warning Sign o i Kvlts, più probabilmente quest'ultimi visto il frastuono che a un certo punto arriva da sotto le nostre suole, ma non possiamo garantire fedelmente ogni nostro passo durante la serata.
Certo se era il rumore che cercavo lo trovo in cucina, fra il lavello e lo scolapiatti. E' lì che un misterioso figuro, incappucciato con una hoodie di Luasa Raleon, piazza amplificatore e un Yamaha RS 7000, oggetto che nelle sue mani sembra particolarmente minaccioso. Tutto questo, sia chiaro, non era previsto e il nostro senza prendere contatti ha fatto tutto da solo, è entrato, trovato una presa elettrica disponibile e poi musica maestro! Sta di fatto che partono subito delle basi assordanti su frequenze quasi insostenibili che svuotano in pochi secondi i già rari coraggiosi che si erano avvicinati incuriositi.
A tutt'oggi non siamo ancora riusciti a sapere chi sia l'incappucciato, soprattutto non essendo previsto dall'ipotetico cartellone, ma resterà nel ricordo come una specie di Superman al contrario che, invece di evitare che la metro cada nel vuoto, è alle spalle dell'ultimo vagone a spingere con tutte le sue forze. E mica perché è un sadico: lo fa solo per sentire che rumore farà quando si accartoccerà schiantandosi.
Sul piccolo televisore che si trova davanti al cesso non scorre il presente. Non ci sono notiziari, serials, film, pubblicità. Così come finora abbiamo sentito musiche fatte con strumentazione
Si sta facendo tardi. Si deambula, non si cammina. Ci ritroviamo a descrivere a una tizia il video di Atlas dei Battles su cui poco prima la stessa si dimenava senza conoscere nè canzone nè gruppo. Forse dovrebbe essere sempre così. Impugna il collo spezzato di una bottiglia raccolto da terra solo per buttarlo nell'immondizia, cioé un punto a caso di due piani che sembrano una discarica comunale. Non è comunque male vedere la ragazza roteare quella roba tagliente come se fosse una borsetta di Louis Vitton. Le altre case sono praticamente attaccate: c'è un cortile interno in comune, in alto una luce indica presenze umane e da una finestra al piano terra si vede una coppia digitalizzata: lui al cellulare e lei al portatile. Come non si siano ancora lamentati per il casino che proviene da cinque metri più in là resta un mistero. In Italia sarebbe già arrivato l'esercito. Per l'immondizia dico.
A distoglierci è poco dopo un tonfo che sale dalle profondità della terra, seguito da un suono lamentoso e prolungato. Andiamo a dare un'occhiata e, prima di salutare, facciamo ancora in tempo a vedere una parte del concerto di Envenomist. David Reed si è distinto in questi anni per le spirali dark ambient a nome Luasa Raeolon ("The Poison City", fra l'altro, è uscito per l'italiana Eibon) e certo la sua concezione dell'elettronica è piuttosto lugubre e sinistra. Noi, del resto, non chiediamo di meglio, pur non avendolo seguito con la necessaria attenzione, neanche su cd o cassetta che sia. La sua è un'esibizione in cui al centro di tutto è l'atmosfera morbosa, per cui Reed non si agita né si contorce, muove con grande calma e attenzione le sue manopole, regola volumi, senza mai staccare gli occhi dalla strumentazione. Intorno per una volta c'è grande silenzio, qualcuno è seduto sulla scala che porta alla cantina e sporge la testa per vedere meglio l'uomo severo con la maglietta sudata. Quando usciamo si respira meglio. Non è sempre un bene. Soprattutto se è dal punto g che esci.
(la prima e la terza foto sono ancora di Carlo Cravero)
14 maggio 2008
4 maggio 2008
Whispers for Wolves - "Language of the Dards…" (Boring Machines, 2008)
26 aprile 2008
VVAA – Bound To Skin – 5xCD (Skulls Of Heaven, 2007)

A volerlo fortemente c’è sempre il modo di stare dalla parte sbagliata. Anche quando già si parte male. Però se lo si vuole la via per andare anche solo un passo “un po’ più in là”, un po’ oltre la soglia dei buoni, o magari dei già abbastanza cattivi, propositi la si trova.
Il purgatorio della mega-compilazioni di genere è già particolarmente vasto, specie se ci focalizziamo sul macroambito delle musiche freak and weird, dal rumorismo alla psichedelia, dalla drone-music al folk improvvisato. Non sono però molte, in questo ambito, le raccolte che possano dirsi definitive, tanto per cominciare quanto per chiudere e riassumere un percorso d’ascolto privato o un sentire comune di un’epoca. Ritrovarsi di fronte a una di esse è quindi sempre un evento, che necessita anche immediate codificazioni e assunzioni di campo.
Se l’ormai mitizzata “Harmony of the Spheres” rilasciata da Drunken Fish una decina d’anni fa è unanimemente considerata la vera precorritrice delle raccoltone a tema di questi anni, le più rappresentative in ambito sommariamente drone-folk succedutesi nel tempo sono senz’altro state lo splendido triplo vinile “Fron the fruits you shall know the roots” su Time-Lag e il boxettone sestuplo “Invisibile Pyramid” su Last Visibile Dog, per nomi, provenienze geografiche e numeri la raccolta più completa di sempre.
“Bound To Skin” arriva tardi, nel 2007, anno di avvisaglie di riflusso, e per di più esce su Skulls Of Heaven, nuova etichetta-mailorder di Clay Ruby, da Madison County, Tennesse, il leader dei Davenport, fino a un paio d’anni fa band tra le più simboliche della fiorente New Weird America community e poi sparita nel nulla (con Ruby che si barcamena tra Zodiacs e Zodiac Mountain sul versante psych, gruppi ad oggi più morti che vivi, e coi Burial Hex su un inedito versante ambient-industriale). Il quintuplo cd, commissionato nei mesi ottimisti del
Il suono complessivo che emerge da questo nuovo mastodonte è dunque rigorosamente rinnegato e aspro, per nulla addomesticato e a suo modo rabbioso, senz’altro dalla parte sbagliata.
Il disco uno si apre con Tomutonttu, famigerato progetto solista del finnico Jan Anderzen (Kamialliset Ystavat e mille altre cose), che parte molto bene con un ruggito sommesso, presto cesellato da ansimi campionati e pizzichi d’acustica che vanno a sfrigolare in un microdelirio di elettronica analogica fino al tribalismo marziale ebete che si trascina per alcuni minuti e alla chiosa su vagiti rantolanti. Da qui non si più che scendere e ci pensano i professionisti delle immersioni dei fondali catramosi della nuova angoscia moaning, gli Skaters che per l’occasione mettono mano alla loro paccottiglia percussiva più del solito, regalandoci anche un vero colpo di teatro ai 4 minuti: tacciono le voci e partono larghi arpeggi d’acustica fino all’emergere di una voce che pare femminile (ma è probabile che sia un filtro) ad intonare una cantilena che sa di India etnica. Novità assoluta per il duo, ma siamo dalle parti del già sentito (altrove) e dunque forse non è la strada giusta da seguire per il futuro, ammesso che gliene freghi qualcosa. A seguire il veterano inglese Phil Todd col sempiterno progetto Ashtray Navigations. Mai avuto grande passione per l’uomo e posso confermare: nella sostanza fuzz fumoso, colpi di basso che aggiustano il tiro, rado disordine percussivo nello sfondo, finchè non partono tastierine giocattolo e feedback lontani e si va a parare in cavernosità elettroniche ambientali dalla grana grossa, ma costeggiate da piccolissimi dettagli. L’influenza dei Nurse With Wound è sempre avvertibile. Il compilatore si fa vivo a questo punto con gli Zodiac Mountain ed è nebbiosità psichedelica da perdere l’orientamento, non lontana da certe cose dei Burial Hex, guarda caso. Dopo un po’ arriva la chitarra elettrica piena di riverbero e malinconia e si chiude così, in una perdizione che di gioioso ha rimasto ben poco, immaginatela come una versione molto meno furibonda delle ultime cose di Valet. Chiudono i redivivi (ma qui siamo nel 2005) Wooden Wand and the Vanishing Voice con lungo brano fatto di accenni minimi e scorticature elettroacustiche su un fondale impalpabile di elettronica junk (certamente opera di Lucas “Nonhorse” Crane) che cresce progressivamente fino a inghiottire anche quei vaghi sentori di blues che solo antenne molto fini possono captare fin dentro all’angoscioso finale.
Il secondo disco parte in quarta coi Pengo, formidabile e sempre troppo poco noto quartetto (oggi trio) di Rochester, nel nord-est americano. Moats è convulsione rattrappita, ferocia trattenuta che monta sopra un elementare pattern di tastierina elettronica. Nella musica dei Pengo è racchiusa una rabbia tremenda, fatta sfogare a piccoli tratti, secondo una prassi che richiama le maree rumoriste, tutte strappi e calcinacci, dei Dead C. A differenza dei neozelandesi però, qui non è tanto l’afflato metafisico a farla da padrone, ma un’angst terrena e bruciante, i cui contorni psichedelici altro non sono che tremolanti palafitte destinate a cedere. Una band dimenticata, a suo tempo in prima linea nella scuderia 23 Productions (la vecchia etichetta di Clay Ruby) sono i Maths Balance Volumes. Eredi naturali dei Godz, a questo giro i due mettono da parte le scordature acustiche e riversano su disco una sciagurata ipotesi di world-music tutta fiati disgraziati e petulanti, tastiere ondivaghe e spazzatura elettronica. A quattro minuti parte una scalcinatissima march-band che risolleva non poco le sorti dell’ascoltatore. La palla passa poi ai Brothers Of The Occult Sisterhood, band capofila dell’emergente movimento promitivista australiano (chiedete ai tipi della Siltbreeze). Di norma non ci perdo la testa, ma il gruppo ha la bella pensata di limitare l’istinto troglodita e il volume per rabberciare un blues-rock narcotico e drogato non poco, parecchio in linea con un’estetica rock classica, non fosse per l’esiguità dei mezzi e la pochezza strumentale. E’ poi la volta di White Dog, primo autentico sconosciuto del lotto. Il brano è particolarmente debitore dello stato d’animo di chi ascolta: se va male è un’inutile esposizione di feedback appena udibili con qualche gorgoglio elettronico e sparse note di basso e chitarra ogni qualche minuto. Diversamente, se ascoltato nella migliore predisposizione, parla la stessa lingua delle più belle ed epiche code chitarristiche dei Sonic Youth di metà anni ’80. Prendere o lasciare. C’è ancora il tempo, poi, per Armpit, la creatura di Clayton Noone, eterna promessa inesplosa della scuola neozelandese. Si parte bene con un drone oscillante su cui si innestano sbilenchi colpi di chitarra e tastiera, finchè un farraginoso feedback granuloso non inghiotte tutto contorcendosi stancamente fino alla fine, in uno spegnimento rimandato più volte (il brano di chiama “Grunge King” se volete farvi l’idea del tipo di suono).
Aprono le danze del terzo disco Fursaxa & Zaimph, ossia Tara Burke e Marcia Bassett (Double Leopard, Hototogisu, GHQ) che una decina d’anni fa suonavano insieme a nome Un (un buon lp su Siltbreeze per loro). Il brano unisce perfettamente le abilità delle due: vocalizzi allungatissimi a effetto doppler percorsi da epiche traiettorie di chitarra slegata e siderale con una tendenza al lento crescendo dei decibel. Dopo di loro è la volta di Axolotl con un brano tra i più statici del lotto, una tappezzeria ambient che nel dna porta del stimmate di un noise gorgogliante ridotto a ferrea stabilità dronica, sulla linea dell’acclamato “Telesma”, disco tutto sommato di svolta per il buon Karl Bauer. A seguire c’è Astral Social Club, ossia l’altro veterano inglese Neil Campbell. Il brano ha una sua originalità: sirene vocali in un andirivieni narcolettico con timide sovrapposizioni, sotto la cui coltre si agitano piccoli rumori molesti, come petardi scoppiettanti. Ai 5 minuti parte una bordata di liquido power-noise, decisamente gratuita, che conduce a un finale di sordi drones in libera uscita. I lanciati Excepter fanno poi capire di essere ormai ben poco interessati alla comunanza di intenti col resto della comunità freak. Il loro brano è chiaramente uno scarto svogliato, un pezzo su cui si potrebbe anche lavorare, ma lasciato a se stesso: in pratica la ripetizione ad libitum di un semplicissimo pattern di tastierina e basso, con qualche intromissione di oscillatori e colpetti legnosi nel finale. Ok l’alienazione e il senso di straniamento, ma si poteva anche non partecipare, eh. Chiude lo sconosciuto PW Best con un’inquietante folata di organi (il suono è più freddo e ispido ma in qualche modo può ricordare, per chi la conosce, la ost del film “Carnival Of Souls”, uscita su Birdman una decina d’anni fa) che si concretizza poi in minimal music sinfonica abbastanza vicina a quella di Jon Gibson, solo con un dna più incline allo sfregio, ma il taglio è davvero quasi accademico.
Si riparte dalla Finlandia nel quarto disco, introdotto da Uton che ci regala la consueta immersione nei foschi scenari delle misteriose foreste nordiche. Brano senza particolari scossoni, ma le variazioni comunque ci sono, assai atmosferico e sicuramente riuscito. Si lega piuttosto bene l’oleoso e oscillante drone tastieristico dei Watersports, che in pratica sono i Blues Control qualche anno prima. Il suono è piuttosto pulito e ben definito e il lavoro è comunque efficace e svolto con una certa attenzione. A seguire il chitarrista Anla Courtis, collaboratore pressoché di chiunque in ambito impro-weird-noise, alle prese con un brano per strumento a corda (si direbbe più un koto che una chitarra) vicino ad estetiche orientali, disarticolato e ammaliante, percorso da mille fremiti tenuti sempre sotto controllo. Altri perfetti ignoti sono i Pan To Scratch, che propongono un brano di quasi inudibile concrete musique, più vicino a Bernard Gunther che non alla scuola del weird-noise odierno (ma val la pena ricordare come il suono dei Davenport, la band del compilatore Clay Ruby, nel suo ostinato riduzionismo lo-fi desse sempre l’impressione di flirtare con la musica concreta). I soliti grilli sullo sfondo, qualche colpo, rumori casalinghi, stridori che assumono vesti da drone accennato, qualche reminiscenza vaga e grossolana di certe cose giovanili di Dean Roberts e Taku Sugimoto. Un suo fascino ce l’ha. Paradossalmente annoia più in fretta il gamelan senza troppe idee dei Taikuri Tali, titolari anche di un cd nel 2005. Qui le carenze compositive sono squalificanti, peccato perché l’idea delle percussioni metalliche nella compilation non l’aveva avuta nessuno e poi verso la fine, con gli oscillatori e il canto rituale, le cose un po’ si rimediano.
Il pezzo più noise dell’intera raccolta, chitarra cartavetrata, batteria marziale e sentori Melvins / Anphetamine Reptile arrivano all’inizio dell’ultimo disco, con Wolfskull, pseudonimo sotto il quale si cela di nuovo Clayton Noone / Armpit nel suo progetto più incline al metal. Ancora una volta si parte bene, l’attitudine depressa e vagamente shoegazer che pervade il brano ne alleggerisce il pachidermico impatto, ma poi il limite è in una scarsa capacità di gestire le idee nel seguito. Gli United Bible Studies distillano sottili singulti di tastiera e voci femminili sull’orlo del feedback per poi accrescere, pregevolmente, il tasso di rumorismo in un brano che complessivamente ricorda da vicino una versione lievemente più sofisticata (ammesso che l’aggettivo abbia senso nell’ambito) della proposta musicale delle Pocahaunted. Seguono i sorprendenti Kyrgyz, scompiglio sghembo di basso-chitarra-batteria con vaghe suggestioni orientaleggianti da quattro soldi, che mantiene un controllo sorprendente (vi immaginare un tentativo molto riuscito di ricondurre all’ordine le pulsioni centripete dei Fat Worm Of Error?) con un crescendo di tensione suggerito dal basso e parecchie planate distensive da cui si riparte con la baruffa. Si scopre poi che si tratta di un supertrio: Tom Carter, Lore Chasse e Robert Horton, con all’attivo un interessante (ma a naso non altrettanto bello) cd su Digitalis. Veri sconosciuti sono poi i Navy Black, anche qui sul filo dell’imperscrutabile. In pratica sgarbate pennellate di granuloso suono microfonico (immagino partano da un microfono a contatto) che si esercita in un bambinesco action painting sonoro sul panno bianco del silenzio. Infine arriva l’elettronica analogica dei Clixcx, scarabocchi da meccano sonico con qualche sbilenca apertura spacey, che chiudono nel più interlocutorio dei modi una raccolta sfuggente e per questo davvero preziosa.
15 aprile 2008
UN PO' DI ROBA DELLA ABANDON SHIP
Le cose da fare, al contrario dei soldi, si accumulano anche qui. Parleremo presto delle cassette di Slasher's Risk, Saints e Nonhorse, uscite sempre per l'interessante Abandon Ship Records di Nate Rulli, ma per ora occupiamoci di questi tre dischetti . Il formato è quello classico, un agile 3" che ormai potete trovare un po' ovunque, primi fra tutti i tipi della Chondritic Sound che da anni ne hanno fatto un marchio di fabbrica. La decisione più saggia in questi casi è cominciare dalla cosa meno rumorosa fino ad arrivare a quella più deragliante e quindi i primi a cadere sotto i colpi del dio Pillaloo sono senz'altro i Nessmuk. Il progetto di Kevin Moist (il sito recita più o meno: già coinvolto con Clever Spots e Evening Fires, e qui coadiuvato da due altri loschi figuri che si firmano solo con le iniziali) è di stampo essenzialmente chitarristico. Qualche buono spunto lo ritroviamo nei crescendo di Station Signals e Everything Living Glows, a cavallo di riverberi, suoni manipolati e sovrapposizioni. Ammetto che non mi viene in mente molto altro da dire perché i tre pezzi in questione parlano chiarissimo. Per ora niente di eclatante quindi, soprattutto se non siete appassionati del genere o siete cresciuti a pane e Malmsteen.
Meglio affidarsi alle chitarre vere e proprie (o sarà il solito basso camuffato da sei corde?) e passare ai The Pope che tirano fuori senz'altro un bel titolo - "Do You Wanna Boogie?" - ma anche una serie di canzoni che profumano di Lightning Bolt come pochi. Niente di male naturalmente, anzi, ma anche niente di originale e non ci si lamenti che per parlare di loro si debba tirare fuori il nome del gruppo di Providence: i ritmi sparatissimi, la vocina cantilenante (proprio quella voce lì) e le schegge di follia noise-rock non lasciano adito a dubbi. Il tutto per neanche undici minuti. Senza contare che i primi quattro pezzi sono praticamente identici, un calco uno a uno di sé stessi, con l'unica variazione per Grandma's Mountain Boogie che ha tempi leggermente più dilatati e tenta qualche variazione formale. Bisogna comunque indagare sul duo Brian Watson & Paul Kneejie, visto che loro materiale si trova, oltre che sulla Kill Shaman dello stesso Kneejie, anche su Satellite City, Pacific Rock, Rococo e Wantage USA.
Finiamo in bellezza con "Live in Paris" dei Gang Wizard: contiene un unico brano di diciotto minuti, che non ho la più pallida idea di quale sia, ma fa decisamente il suo sporco dovere. Il gruppo capitanato da Brian Miller si è costruito negli anni una fama più che giustificata e questo dischetto merita di essere annoverato fra le prove migliori di una discografia nutritissima, merito ancora maggior se si pensa appunto che di semplice registrazione live si tratta. Qui in formazione a sei i Gang Wizard danno vita di volta in volta ad accartocciamenti no-wave, noise car crash, allunghi free e sospensioni elettroniche in un caleidoscopio che gira senza lasciare scampo all'ascoltatore. Scordate i nomi di altre band che vengono associate di solito ai Gang Wizard perché in certi casi è inutile fare il censimento delle influenze di un gruppo: gira e rigira l'unica cosa che conta è quello che esce fuori dalle casse e non da dove arriva.
5 aprile 2008
Prof. Bad Trip in Second Life
Un'ecatombe che ahinoi ha colpito anche il povero Gianluca Lerici, conoscito ai più come Prof. Bad Trip.
Chi è stato Bad Trip? Beh, se siete su Pillaloo dovete per forza saperlo, in caso contrario correte a casa a studiare prima che m'incazzi.
Dunque (giusto per quei quattro gatti che scendono dal pero) Bad Trip è stato l'artista visuale più rivoluzionario, degli anni '80, qui da noi. "Si è cimentato ad alto livello con il disegno a china, la pittura, il fumetto, la fotocopia, il collage, il design di interni e di oggetti, e ha diffuso i suoi segni su qualsiasi tipo di supporto: cartoncino, gesso, plastica, Lego, metallo, legno, giubbotti e borse di pelle, muri, televisioni, frigoriferi e molto altro ancora.
Ha avuto a che fare col punk e le fanzine, la mail-art, i fumettisti radicali americani (Crumb, Coleman, Williams), le allucinazioni creative, la cybercultura.
I suoi distopici soggetti, ispirati da W.S. Burroughs e J.G. Ballard, sono freak futuribili, ex umani, forze del disordine, scenari e panorami di una Terra mutata e dai colori lisergici.
Gran parte della sua produzione si è concentrata sulla pittura acrilica su tela con bombe cromatiche a effetto tridimensionale. "
Allora mi pareva il minimo segnalare questa bella iniziativa - che accompagna l'uscita del libro "L'arte del Prof. Bad Trip", per i tipi della Shake - ovvero la mostra organizzata da E. “Gomma” Guarneri e Idearium.org all'interno di Second Life.
Il 25 febbraio si è tenuta la visita guidata (dall'avatar Gomma Chaplin) alle "100 opere virtuali" di Bad Trip, ma ovviamente la mostra è tutt'ora disponibile, e se conoscete il sistema in questione andatela a vedere, perchè ne vale la pena.
La location è organizzata su più livelli, e servendosi di quell'armamentario semantico-visuale caratteristico della cività post-industriale, riesce nell'affrescare un'ambientazione da street culture anni '80. Ed è curioso osservare le opere di uno dei massimi teorici visuali del cyberspazio in un ambiente virtuale.
Vabbè insomma, poche parole e poco altro per decrivere l'iniziativa, perchè nonostante l'utilizzo di un sistema per certi versi discutibile (Second Life), mi sono quasi commosso a rivedere dopo tanti anni l'arte di questo straordinario personaggio. Lunga vita Prof. Bad Trip.
----------------------------------------------------------
Chi ne ha la possibilità, può visitare la mostra alla Decoder Island, che si trova a quest'indirizzo (slurl): http://slurl.com/secondlife/Decoder/118/221/25