1 settembre 2008

Omit – Interceptor (Helen Scarsdale Agency, 2008) / Seht - Dead Bees ((the((quiet)earth))suite) (PseudoArcana, 2008)

Nuova Zelanda terra inospitale, selvaggia, aborigena, ai confini del creato, a due passi dalla fine. Purtroppo non ci sono mai stato, quindi non posso certo ergermi al ruolo di tour operator e magnificare le bellezze terrene e paesaggistiche, ma da un punto di vista strettamente musicale di Nuova Zelanda se ne parla da anni e quindi capirai la novità di farlo ancora. Ma del resto siamo tutti innamorati di quella terra, di quei suoni, più o meno da quando a Scaruffi gli scoppiò una vena in testa ascoltando Dadamah e Dead C. e da li con i dischi della prima Kranky, fino al recente articolo di Mattioli dall’immortale titolo “KIWI 2000”. Ora, nella fattispecie, mi incarico di parlare brevemente (e superficialmente) di due recenti dischi targati NZ che rientrano a pieno titolo nel discorso, così… tanto per continuare a celebrare il culto.

Dietro la sigla OMIT si nasconde un certo Clinton Williams. Uno che deve avere un sacco di problemi di comunicazione con il prossimo. Personalmente scoprì la sua musica grazie ad una raccolta/compilation amatoriale chiamata Lathe Cuts che si trovava su soulseek qualche tempo fa e se non erro fu strombazzata ai quattro venti dal prode cercatore d’oro Starmelt (Andrea De Pellegrin). Nella compilation c’erano un sacco di nomi sconosciuti e un sacco di nomi più noti. Nella maggioranza dei casi era tutta gente con le chitarre al posto giusto tranne questo Omit che balzò subito al mio orecchio. Scoprì dopo che Omit era un solo artist e che aveva pubblicato per la Corpus Hermeticum, un biblico triplo intitolato Quad che era un po’ la punta dell’iceberg di una produzione tentacolare e ovviamente completamente solipsistica e masturbatoria, di cassette e cdr in proprio, attraverso un’etichetta che definire casalinga è poco, chiamata Deepskin Conceptual Mindmusic. Due anni or sono Jim Haynes con la sua Helen Scardale Agency ristampò il doppio album Tracer, e ora in questi giorni fa lo stesso con questo Interceptor. La caratteristica di Omit è quella di fare proprio quello che dice il nome della sua label: MusicaMentale Concettuale ProfondamenteSottopelle. Generalmente i nomi presi in prestito per spiegare di che musica si tratta sono Clock DVA (ma rallentato e scassato), Mika Vainio e Pan Sonic (ma meno hi-fi), Throbbing Gristle e l’universo industriale in toto (ma più concettuale e meno orrorifico), Klaus Schulze (ma meno cosmico).

Insomma, non c’è proprio nessuno che faccia esattamente quello che fa Omit. Per me è una specie di Jandek digitale e per via della sua produzione incessante e delle sue durate chilometriche mi fa venire in mente Muslimgauze (ma senza essere medio-orientale pro Hezbollah!). Interceptor è ovviamente un doppio disco lunghissimo e pesante come un meteorite che si stacca dall’orbita di Saturno e ti piomba dritto dritto sulle palle. Non esattamente musica da ascoltare quando si vuole passare un po’ di tempo in spensieratezza o quando fuori ci sono le giornate di sole e i bimbi giocano in cortile, ma hey… state sul merda blog, quindi siete in qualche modo già coscienti dei vostri peccati. Contraddistinto dal solito e costante ticchettio digital-valvolare-analogico-androide Interceptor mi sembra anche più monolitico del precedente Tracer. Sicuramente meno votato alla dark ambient e più al battito inintelligibile. Soprattutto per il primo disco. La sci-fi post-atomica di Omit non prevede nessun Hal 9000 che impazzisce e non ha ancora scoperto i cristalli liquidi. Omit non è gli Autechre. I suoi loop digitali conservano sempre un fascino grezzo, valvolare, lo-fi, in alcuni casi molto sporco come possono esserlo certi ritmi dei Factrix. Più che sulle navicelle di 2001, stiamo dalle parti della fantascienza cheap del primo Solaris di Tarkovsky. O meglio ancora, siamo già nel dopo bomba “con gli avvoltori sulle case sopra la città, senza pietà”. Omit sonorizza “la follia che nelle strade va” con gli allucinati corridoi di HorZtial Tracking SyStem, Transmitter LoGGer, Drop PROcess Operator, ToTal Point Failure, WaveForm Rider. La durata è eccessiva, ma per calarti nel suo mondo Omit ha bisogno di prenderti per sfinimento. Dopo due ore di ascolto di Interceptor sei in uno stato di trance allucinatorio. Dopo 8 ore ininterrotte perdi cognizione del tuo status di essere umano. Dopo 12 ore sei un androide.

L’altro aborigeno di questa doppia recensione è un altro dei miei eroi, il multiplo Seht, also known as Stephen Clover. Oltre al fatto che Stephen fa un sacco di cose, tra cui il programmatore in php, infatti è lui che ha programmato il sito nuovo di Foxy Digitalis, Stephen è anche uno che fa, mangia e caca droni, come se niente fosse. Fin dal primo momento che l’ho ascoltato mi sono subito innamorato di lui. In senso intelletual-musical-platonico ovviamente. Se avete letto KIWI 2000 (ma non era più fico chiamarlo KIWI 2001: Odissea nella Nuova Zelanda?) sapete già tutto e io non starò a dilungarmi ulteriormente. Ma Seht se ne esce quest’anno con questo suo ultimo lavoro, che a parer mio va a fare direttamente il paio con The Green Morning. Dead Bees si compone di due lunghissimi movimenti. One Moment dura 36 minuti. A Danse. Four Moments ne dura 23 di minuti. Sono droni quindi cosa volete di più? E poco importa che Campbell Kneale sostenga che definire la musica di Seht come drone music è come dire che l’antartico è bianco, One Moment proprio quello è…una placida passeggiata di droni con le onde bianche dell’antartico a fare da congelante e congelata marea… infatti per metà stiamo a due passi dalla new age bella e buona, per l’altra vicinissimi alla musica cosmica. Ben più strambo e anomalo l’altro brano. Field recordings e campionamenti rielaborati di note d’organo per un balletto stile Lago dei Cigni che vengono piano piano coperti da un noise di sottofondo e poi inabissate nuovamente nell’oltremondo dei droni sospesi cosi caratteristico di Seht. Detto poi che il disco esce per la Pseudo Arcana di Anthony Milton figlia e ultima erede delle ormai mitologiche Corpus Herneticum e Xpressway, avete un distillato perfetto (quasi… qui non ci sono le chitarre) del sempre moderno e mai inattuale sound neozelandese.

26 agosto 2008

Factums - "A Primitive Future - Original Soundtrack" (Assophon, 2008)

I Factums hanno sempre avuto un certo gusto per le copertine dei loro dischi. “Alien Native” piazzava un paio di semiaborigeni pittati e nascosti da copricapi strani, “Spells and Charms” un insetto-fossile, “The Sistrum” tre mostri marini mezzi uomini e mezzi pesci. Metteteci poi le loro esibizioni live e la collaborazione col videoartist Brent Watanabe, e avrete più o meno un risultato del genere:


Insomma, quello che voglio dire è che il trio di Seattle una sua estetica precisa ce l’ha. Viene da pensare a un mondo al tempo stesso preistorico e futuribile, sfasato e un po’ selvaggio, alieno come furono alieni i panorami di Residents e Men’s Recovery Project, due nomi che – guarda caso – paiono influenzare in maniera profonda l’operato del gruppo. Prima ancora che fare musica, i Factums suggeriscono un immaginario: recentemente mi è capitato di scambiare un po’ di chiacchiere con loro, e tutti e tre hanno molto insistito sugli aspetti “visivi” della faccenda. Che questo “A Primitive Future” sia quindi concepito come original soundtrack di un film che non esiste, e che già nel titolo dichiari l’universo di competenza (un “futuro primitivo”, appunto), non stupisce granché. Ah già, e poi c’è la copertina: raffigura una foresta di felci sfocata, ambigua, come immersa in una nebbia che potrebbe appartenere tanto a una Terra dei primordi quanto a un pianeta parallelo. E’ il mondo dei Factums, quello stesso dove scorrazzano gli aborigeni selvaggi e i mezziuomini del mare.

La musica viene di conseguenza. “A Primitive Future” è il più sperimentale tra gli album del trio, il che sembra inevitabile visto il concept alla base del progetto. Qualunque sia il film di cui il disco è colonna sonora, deve trattarsi di un film dalla trama labile e dalle immagini, più che rovinate, guastate da un tempo misurabile in ere geologiche: i suoni arrivano dal nulla e nel nulla spariscono, le trame sono astratte, le geometrie incerte, e la sola Lotus, piazzata tra l’altro quasi in apertura, sembra ricordarsi (seppur vagamente) della vecchia forma-canzone, trascinandosi per diversi minuti di cavalcata in consueto stile Chrome-Cabaret Voltaire. Il resto dei brani si muove tra balbettii analogici, voci filtrate, e improvvisazioni in circuit bent, il tutto ricoperto – come al solito – da una coltre di bassa fedeltà che è da sempre lo strumento aggiunto del trio. I riferimenti stanno ancora in quel postpunk di confine che lega assieme Throbbing Gristle e Minimal Man, Residents e Factrix, Sheffield industrial e San Francisco Subterranean, ma la sensibilità è di stampo garage, e la prassi molto simile a quella dei noisers anni 2000. Mancano, si diceva prima, le canzoni, e un po’ è un peccato perché dopotutto sono le canzoni a fare dei Factums un’insolita eccezione a cavallo tra scelleratezze out e istintività weird punk. Ma le lunghe, estenuanti Basin e Looking for the Armpit of a Snake suonano morbose e assillanti come meglio non potrebbero, e a tal proposito ha ragione la Assophon (qui al suo terzo numero di catalogo; l’etichetta è legata a stretto giro con Sublime Frequencies e Sun City Girls) quando ipotizza una versione sci-fi di roba alla Dead C. Non male.

10 agosto 2008

Dredd Foole - Kissing the Contemporary Bliss (Child of Microtones; 2005; Family Vineyard; 2008)


C’è una cosa che dovreste sapere prima di acquistare questo album, ma anche (e forse soprattutto) prima di ridurlo (o scaricarlo) in mp3. Questo album contiene fantasmi.

Letteralmente, e adesso vi spiego perché. Ho le prove inconfutabili.

Siccome stiamo ad agosto e dacchè non posso più riempire sacchi di barbabietole durante l’estate mi ritrovo a dover fare i conti con la spiacevole contingenza di dover fare le ferie i primi 15 di agosto. Naturalmente la situazione mi ha colto impreparato e siccome non sono aduso a programmare le ferie con quei 4 mesi di anticipo mi ritrovo a casa, immerso in un caldo pernicioso e con nulla in giro da fare che non siano concerti di salsa, sfilate di moda provinciali, feste sfinenti e barcollanti sulla spiaggia e passeggiate scialbe e guardare le magliette e le scarpe che tirano quest’anno (e nessuno pensa mai ai calzini!). Ad ogni modo la Family Vineyard ha la bella pensata di ristampare questo doppio cd uscito in cd-r nelle solite ridicole 99 copie nel 2005 su Child Of Microtones, l’etichetta degli ubiqui Matt Valentine ed Erika Elder. La ristampa del disco ha riportato la mia attenzione su Dredd Foole, personaggio chiave della New Weird America per come la battezzò David Keenan nel 2003 all’indomani del Brattleboro Music Festival e sorta di grande vecchio della scena tutta, ma su questo torniamo dopo.

Il punto è che finalmente mi ritrovo per le orecchie un bel po’ di sano stoned-folk sbrodolante psichedelia e solitudine. Niente di meglio come sottofondo per le mie escursioni notturne alla ricerca del fresco nelle strade spoglie e tra le case meno ovvie della mia cittadina. Bello, fresco e riconciliante. Capita poi che me ne torno a casa, piuttosto tardi, e mi butto a letto dopo aver riposto, spento, sul comodino il lettore di mp3 reduce da una sessione di una cinquantina di minuti del folk disastrato di Foole. Fuori c’è vento, le tapparelle sbattono e si sente qualche sibilo. Forse addirittura troppi, tant’è che aprendo gli occhi scorgo una terrorizzante luce blu alla mia destra. Mi levo abbastanza di soprassalto e scopro che il lettore si era acceso e dalle cuffie provenivano gli ululati acustici di Foole. Forse non l’avevo spento bene. Lo spengo di nuovo e mi rigiro ma tempo altri 3 minuti e il fenomeno si ripresenta. Accendo la luce, scuoto la testa e spengo nuovamente il lettore, curandomi di premere il tasto di spegnimento più a lungo del necessario. Chiuso e mi rimetto a letto ma, manco a dirlo, ancora una volta gli echi del wild-folk di “Kissing the Contemporary Bliss” si ripresentano al mio orecchio sinistro. A questo punto smembro letteralmente il lettore e gli levo pure le pile. Quella notte poi ho dormito fino a mattina. I fantasmi almeno delle pile hanno bisogno.

Vorreste poi sapere della musica? Beh, per quanto mi riguarda è la cosa migliore di Foole, grande anche per i suoi innumerevoli difetti.

Dell’uomo si sanno all’incirca queste cose: Dan Ireton classe 1950 pare che abbia alle spalle un’esperienza estemporanea in una garage-band nei 60’s, nell’area di Boston in cui ancora risiede. Negli 80 realizza due album e qualche singolo coi Din, che di fatto erano il Volcano Suns, formazione di Peter Prescott, ex batterista dei Mission of Burma (i quali furono la backing band di Foole nei suoi primissimi singoli). In questi dischi, improntati a un rock aggressivo dalle tinte post-punk ma nella sostanza non poco tradizionalista e memore dei ’60, spicca soprattutto la voce autoritaria, non bella e nemmeno troppo intonata, di Foole che ha una capacità spiccata e probabilmente innata di conferire drammaticità a quello che canta. Negli anni ’90 i Din faranno un altro disco (che non ho ascoltato) e la formazione annovererà gente come Thurston Moore, Chris Corsano e i Pelt.

Da solista il suo primo album, “In The Quest Of Tense” del ’94, pare che abbia colpito in profondità parecchie orecchie (cioè, il disco ha venduto un cazzo, ma è arrivato alle orecchie giuste): almeno Matt Valentine, i Charalambides, Jack Rose e Ben Chasny, gli uomini chiave della New Weird America e del festival di Brattleboro, al quale partecipò Foole, ovviamente, ma anche un vecchio ancora più vecchio come Michael “The Snock” Hurley. “In The Quest Of Tense” è piuttosto simile a “Blue Corpse” di Jandek (tra i preferiti di sempre di Christina Carter, guarda un po’), nel suo afflato buckelyiano e nella sua solitudine disperata. Le differenze sono che Foole cerca di suonare leggermente meglio del roscio texano e che con la voce emette vocalizzi liberi e animaleschi, a loro modo persino lievi, che non esistono nell’ancor più monocromatica musica del “collega”.

Ad ogni modo questo “Kissing the Contemporary Bliss” è il secondo disco realizzato da Foole con Valentine e la Elder (dopo l’inferiore Daze on the Mounts, già ristampato l’anno scorso) e anche il non poco importante banjoista Coot Moon, che contribuisce ad alleggerire la ridondanza di brani come Walk Right In e a dare sostanza terrena al deliquio di Boom Boom. Il punto è che anziché brancolare nelle ombre di un folk stralunato e strastonato come nelle uscite precedenti c’è molto più spazio per il blues, le acusticherie spinose e gli spazi vuoti. La voce, che è la sua caratteristica migliore, si sente anche meno del solito ma il disco rimane molto bello. Valentine e la Elder sono i collaboratori ideali del nostro, perché capacissimi di destreggiarsi in maniera profonda, spirituale e professionale insieme, nei mille rivoli della cosa psych-folk, laddove Foole è un musicista semi-autistico ma capace di superare in un attimo e di gran lunga il flebile duo per intensità interpretativa, imprevedibilità, senso di dannazione e lieve sentore di cialtroneria.

Che dire, trattasi di folk acustico tradizionalissimo dilatato e disastrato a dovere, con qualche sporadica accelerazione slide (la dylaniana Girl From The North Country), impregnato di voci livide e fantasmi veri (l’impaurito astrattismo di Above Ground Friend , prossimo al Keiji Haino sublime e lunare di “To start with, let's remove the color”), qualche parentesi strumentale più lieve e interlocutoria in mezzo ai cocci rotti, ai giochi di specchi elettrici e ai sommessi e per lo più irriconoscibili omaggi ai maestri (oltre a Dylan anche Robert Johnson, Washington Phillips e Gus Cannon


20 luglio 2008

5 luglio 2008

Warmer Milks - Soft Walks (Animal Disguise, 2008) / James Jackson Toth - Waiting In Vain (Rykodisc, 2008)

Soft Walks. Passeggiate tranquille. Mentre scrivo non so esattamente quanti gradi ci siano fuori il mio corpo. Sul balcone (che ovviamente da a Sud) una lucertola stravaccata e gaudente mi guarda compiaciuta. Dove cazzo siamo finiti qui? In Amazzonia o nelle Isole Andorre stanno più freschi. Tra l'altro hanno un sacco di vegetazione per ricambiare ossigeno con anidride carbonica. Ma noi no. Noi abbiamo le automobili che sbuffano smog, i cementi armati, gli asfalti che emanano miasmi mefitici. Se guardo all'orizzonte i contorni delle cose e delle persone si modificano. E' come nel video di Black Hole Sun. Mentre arrostisco la mia barbie sullo spiedo segnalo due modi diversi di fare gli americani. Tu vuò fà l'americano no? Procedendo con ordine. Scena: underground fognesco americano. Svolgimento: una carriera molto consueta (ormai) di uscite in ogni forma e grado. Conclusione: Non ci si capisce più niente. Moriremo soffocati dalle uscite discografiche... certo... sempre meglio che morire infilzati su una canna di bambù nella giunga cambogiana dopo tutto.

Warmer Milks è la nefasta creatura di tale Mikey T. Due anni or sono, sulle prestigiose pagine di SentireAscoltare, segnalavo il capolavoro maligno della band http://www.sentireascoltare.com/CriticaMusicale/Recensioni/2006/recensioni/warmermilks.htm
, Radish On Light, una vera mazzata di nonsicapiscebenecosa, un po' metal, un po' noise, un po' boh. Mikey T è un tipo molto buffo e inquietante con uno strabismo per niente assimilabile a quello di Venere. Mikey T è uno che se viene a bussare alla mia porta, io non lo aprò. Comunque sia, quest'anno i Warmer Milks avevano tentato di replicare quel pregevole guazzabuglio con un disco malissimamente riuscito, sotto l'egida della Release The Bats. Poi c'è stata una cassettina su Fuck It Tapes. Ma ora è arrivato il momento per il secondo disco con le palle sotto, il qui presente Soft Walks, pubblicato proprio in questi giorni da Animal Disguise.

Soft Waks. Passeggiate tranquille appunto. Fa caldo, non corriamo e non urliamo. Mikey T si reinventa country man di buona mano, sulla scia di Will Oldham e nientepopodimenoche NEIL YOUNG. Me' cojoni direte voi. E appunto. Mikey T ce la fa.

Ovviamente alla sua maniera, quindi è tutto un po' disgraziato, degradato, scassato. Quello dei Warmer Milks è un contry rock con il tumore al cervello. Tutto quello che di bello c'è nei dischi di Neil Young - senso dell'epico, senso dell'immanente, empatia e pathos - qui è trasformato in debosciate cantilene per uomini molto piccoli e molto poco Malboro. Le stonature della voce fanno il verso a quelle di Oldh
am, più perchè non c'è altro modo di cantare sta roba che per vera voglia di omaggiare il maestro. Poi ci sono i segnali che la follia galoppa. Roba che normalmente non dovremmo trovare in un disco di classic rock americano con le chitarre acustiche. Certi vaneggi psichedelici, certe intonature psycho stile Norman Bates. The Truth è una schifezza di demo suonata in presa diretta nella camera affianco. Tutto molto lo-fi. Metteteci pure certi accenti Varnaline. Abbiamo finito. I Warmer Milks se ne escono con uno dei dischi più strambi dell'anno.

Sempre meglio di James Jackson Toth che ormai non ce la fa più. Non si regge in alcun modo in piedi. Mi fa anche certamente piacere fare la parte dell'integralista islamico underground che smerdizza qualcuno che approda su major ma che il Dio del Rock e la Madonna degli Alternativi mi benedicano dall'aldilà. Io non dico nulla. Segnalo solo il video del primo singolo, ripreso da Stereogum, tanto sempre merda music è... :

11 giugno 2008

Sun Araw - The Phynx (Not Not Fun, 2008)

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2 giugno 2008

A GONZO REPORT: DEEP INSIDE THE G-SPOT!

Ancora Michigan, due tipi di carcasse: copertoni scoppiati ai lati della strada e animali non identificabili, il solito vuoto siderale intorno, da pianura padana vista da molto lontano, fattorie, silos, boschetti neri, gigantografie pubblicitarie. Comincia con noi il 15 agosto 2007 su qualche highway a far finta di essere qualcun altro. Evasi, assassini, drogati, gente che ha lasciato apposta le impronte sul luogo del delitto solo per provare l'adrenalina di un ulteriore inseguimento. O ancora folli strangolatori di chitarre e assatanati pigiatori di pedali, gente che anche per azionare il tostapane riesce a metterci di mezzo un po' di circuit bending. Siamo invece nati in italì, e tanto per cominciare stiamo ben attenti a non sbagliare uscita prima di ritrovarci con le chiappe a terra, vale a dire in Ohio. Lì un'altra volta, magari. Oggi invece siamo diretti in quel di Ann Arbor. Poi, una volta arrivati, dovremo trovare il punto g.

L'idea di andarcene in giro a chiedere dove si trova il punto g non è che ci esalti più di tanto. Sarebbe un esperimento interessante da fare, ma non in questo paese puritano dove prima della seconda birra le ragazze sono molto cortesi e basta e dopo la terza la bibbia la usano come sottobicchiere. Quindi seguiamo paro paro la cartina, cosa non impossibile visto che Ann Arbor avrà anche dato i natali a Stooges, MC5 e Destroy All Monsters ma è una cittadina pulita, ordinata in cui le staccionate fanno bella vista di sé, a contenere i soliti giardini con al centro il solito vialetto che s'inerpica poi sulla solita veranda. "G-spot" si chiama il posto e non è una cavità, questo va detto, e neanche una protuberanza o un cunicolo di mucose. Il punto g è, come molte altre cose difficili da trovare, proprio in mezzo a tutto il resto, ben mimetizzato. E' insomma una casa. Il punto g è una casa che se ci entri sei fortunato e se resti fuori ti arrangi come puoi. Noi per stavolta entriamo. Fra queste quattro mura sta per partire uno dei basement show più grandi di tutta la stagione. Ci accoglie un ragazzo di nome Jordan, anche lui ordinato come una casa dietro una staccionata e quindi totalmente folle quando lo ritroveremo, poche ore dopo, a urlare dentro una cantina immersa nel buio.

Fuori rincontriamo anche Josh degli Our Brother the Native. Ci dice che stasera ci saranno più o meno tutti quellli che hanno anche solo un minimo progetto musicale, lì in Michigan. Esagera, ma la cosa ci spaventa e ci eccita non poco, anche perché sappiamo che sarà l'ultimo concerto a cui assisteremo prima della partenza. Stiamo cercando di rifarci del tempo perso altrove, cercando di non pensare che ci siam giocati per un solo giorno i Wolf Eyes e Panicsville che suonavano a East Lansing, a due passi dal posto dov'eravamo alloggiati. Non si capisce ancora bene chi suonerà ma la cosa sembra più promettente del previsto. I furgoni cominciano ad affluire come le station wagon nell'incipit di "Rumore bianco" ma non è così bello, temo. Dentro i furgoni però di roba per fare rumore ce n'è abbastanza per tutti.
Per ora ci allontaniamo, ben consci che se mangeremo non sarà una pizza e se mangeremo una pizza non torneremo indietro per raccontarlo. Il mini-market più vicino non offre gran che, intravediamo appena la faccia annoiata dell'indiano che lo gestisce mentre fa sparire chissà cosa sotto il bancone. Ancora una volta ci perdiamo in mezzo ai filari di case che staremmo a guardare per delle ore. Passiamo sotto i tralicci da cui pendono tutta una serie di scarpe da ginnastica annodate fra loro: una tradizione qui, oppure un'abile mossa pubblicitaria della nike. Sulla veranda degli studenti ci guardano un po' incuriositi mentre scattiamo foto.

Lì vicino, questione di pochi isolati, c'è la University of Michigan dove insegna non so cosa Eric Cook, ex batterista dei mitici Gravitar e musicista elettronico per i fatti suoi. Mesi dopo mi dirà che gente come Olson e Dilloway facevano le stesse cose che fanno oggi già anni fa (grafica, musica, produzioni su produzioni) ipotizzando che l'unica differenza fra vecchie e nuove generazioni sia proprio questa perseveranza, questa convinzione che sembrerebbe non essere ancora scemata, di poter andare avanti all'infinito. Qualche dubbio, in verità, resta, nonostante sia difficile nascondersi che una scena musicale così trasversale forse l'America non l'ha mai avuta.

Al nostro ritorno la situazione si è decisamente movimentata. La veranda scricchiola sotto il peso di gente che muove i deretani al suono di musica r'n'b, e sarà pure fatto con autoironia (o vera passione, chissà) ma è davvero troppo per un inviato di pillaloo a cui non resta altro che tapparsi le orecchie e entrare abbastanza indignato. Siamo qui per la musica di merda e merda music avremo. Scendiamo quindi di filato nella cantina che come al solito si apre come uno strapiombo, con una scala fatta apposta per rotolare giù e rompersi molte ossa. Appena il tempo di prendere posto e intravedere un po' di strumentazione sparsa su un tavolo (e tre figuri subito dietro) che un tizio spegne la luce e dà inizio all'apocalisse. Loro si chiamano Crosse Humiliation ed è facile ribattezzarli subito come nipotini dei Wolf Eyes, anche se chitarre non se ne vedono. Così a memoria direi che entrambi urlano (uno è il Jordan di cui sopra, l'altro un ciccione che sembra Barney dei Napalm Death - e che lo prenda come un complimento). Nell'oscurità mi sembra d'intuire un microfono a contatto collegato con un pezzo della batteria, ma i display della strumentazione cominciano ben presto a traballare per sperare di poterne sapere di più. Non è solo a causa dell'harsh sparato che ci viene incontro, è che il pubblico - una ventina di persone, non di più - si accalca sul tavolo e dev'essere ricacciato indietro a forza dal tizio che si era occupato di fare buio in sala. Più la musica cresce in decibel (non tanto, quindi, in intensità) più il pubblico si fa sotto come se aspettasse un segnale per qualcosa di preciso. Le pareti sembrano tremare e scrostarsi, il rimbombo è davvero notevole, anche se a livello musicale non ci troviamo di fronte a niente di originale o di eccessivamente ricercato. Quando la calca si fa ancora più molesta e i corpi cominciano davvero ad accavallarsi è come se venissero lasciati liberi i cani: a un certo punto ci si avventa sul tavolo, il pezzo di batteria viene abbrancato e lanciato alle spalle di Jordan - mancato per un pelo - il tavolo viene agitato come in una seduta spirtica, i display spariscono sul pavimento nero, partono anche i microfoni e i pedali: tutti quanti urlano, abbaiano. Non c'è più niente con cui produrre suono: quando la musica smette si accendono le luci. Il tavolo è a gambe all'aria insieme a tutto il resto. Ce ne andiamo prima che comincino i sacrifici umani perché l'impressione di aver assistito a una specie di rituale è molto forte.

(i Crosse Humiliation han fatto uscire un paio di cassette per la Chondritic, la prima delle quali omonima, è proprio quell'harsh lì, la seconda - "A Very Young Rider" - cambia totalmente stile e preferisce atmosfere più cupe, una tendenza sempre più marcata nel Midwest noise. Ho scoperto solo dopo che ne fa parte Grey Holger/Hive Mind che quindi nella stessa serata dovrebbe aver suonato anche come Kvlts).

La cosa dolorosa non è starsene in un angolo in una casa devastata dalla stessa epatite c che vagava liberamente nella casa di Kalamazoo, o non conoscere quasi nessuno, o ancora scattare foto in giro come neanche un tedesco a Venezia mentre, insomma, questa è una casa qualunque, praticamente identica a quelle che ha a fianco. (Casa che sta per essere evacuata oltretutto, il mattino dopo mi dicono, ne siano testimonianza le valige allineate in fondo alla bidonville del salotto). La cosa davvero dolorosa invece, dicevo, è restare sobri in mezzo a un posto in cui tutti bevono e la frase o il pensiero "i gotta another beer" è il più gettonato della serata. Ma il viaggio di ritorno si preannuncia a notte fonda e non so perché ma in Michigan il buio sembra più buio e le autostrade non brillano per l'illuminazione e, in generale, non brillano proprio con tutti quesi boschi asserragliati ai lati come muraglie infinite. Quindi bisogna restare lucidi fino in fondo. Intanto vaghiamo in attesa che il prossimo gruppo cominci il suo set.
Appena sentiamo mezza nota ci ricatapultiamo di sotto e troviamo nientemeno che i Demons, vale a dire Nate Young dei Wolf Eyes (con espressione non proprio lucida) accompagnato dalla dolce metà Alivia Zilich e da quello che mi sembra un alcolizzato all'ultimo stadio (per esclusione quindi Steve Kenney). Ci sono due vecchi synth a fronteggiarsi l'un l'altro, la Zilich in mezzo a proiettare video ipnotici, onirici, rigorosamente in bianco e nero come già fa come Video Madness. I suoni lunghi, psichedelici e inevitabilmente kosmici s'intrecciano in una spirale ancora più lunga, diluita nel vortice delle immagini che scorrono poco più in là, una spirale sul muro che, man mano che passano i minuti, assomiglia sempre di più a un buco spazio-temporale. Davvero freak e con un suo fascino perverso, apprezzabile soprattutto se non sei sobrio, anche se "miracolo" è l'ultima parola che mi viene in mente. Le cose uscite su AA records comunque sono da recuperare.
Si fa strada un pensiero che si era annidato in noi fin dall'inizio alla vista di tanta gente sparsa qua e là, oltre che di amplificatori, pedali e quant'altro portati a spasso per le stanze, e cioé che ci troviamo di fronte a una specie di party o di happening più che a un vero e proprio concerto. Le modalità delle altre esibizioni ci dimostrano che non abbiamo torto, ma anche che è una serata aperta in cui è sì bello divertirsi ed esprimersi ma anche mostrarsi, far vedere che si è parte di una cosa sì sporca ma tanto cool. Puntuale inoltre la ripresa audio e quella video di ogni esibizione che nella merda music non si butta via niente, una cosa questa che sta già stufando da tempo ma che, nonostante tutto, continua ad avere un senso.

Non so quanto tempo passi prima che ci ritroviamo ancora di sotto avvolti dalla penombra. Stavolta il progetto non ha manco un nome ma si tratta senza dubbio di Aaron Dilloway e Mike Connelly, come a dire passato e presente dei Wolf Eyes e una buona fetta dell'underground che conta, a questi livelli (basterebbe anche solo il nome degli Hair Police di Connelly, ma se poi attacchiamo a elencare tutte le produzioni di Dilloway non ne usciamo vivi). Inutile dire che sono figure molto rispettate da queste parti e come al solito è l'umiltà a farla da padrona, senza protagonismi di sorta o atteggiamenti da rockstar (anche se Connelly che da teenager fa il guitar hero nella sua cameretta ce lo vedo bene). Musicalmente parlando, da quel po' che si è sentito, siamo ancora a una fase iniziale di composizione: la chitarra di Connelly non sfregia ma anzi si affida a note cadenzate, lunghe e reiterate, che si sovrappongono a quelle tetre del synth di Dilloway, in un festival di droni e risonanze. Da allora non è ancora stato pubblicato niente, segno che forse il disegno dev'essere messo maggiormente a fuoco o che debba trovare adeguata collocazione all'interno dell'estetica dei due. Nel frattempo però, visti i nomi coinvolti, restiamo fiduciosi. Risalendo inciampiamo in numerose lattine vuote, con sempre più sete addosso.

C'è una volante della polizia che passa spesso davanti alla casa. Senza rallentare troppo l'andatura tiene d'occhio la veranda traballante e le lattine che man mano si svuotano. Ormai è notte ma giurerei di aver visto il poliziotto che guidava con gli occhiali da sole, ma dentro il punto g si sta così bene che tutto è ridicolo visto da lì. Neanche il tempo di girarsi (sono nella bidonville accanto a uno scatolone ripieno di cassette e di una zucca di halloween di plastica) che un tizio ha appena unito lo stereo a non so che macchinario e comincia a far girare dei vinili e a distorcere il suono o a inserirci ritmiche diverse. O almeno mi sembra di ricordare. Indagando scopro che trattasi di Brian Polsgrove della HFH records e che ha collaborato con Warning Sign e con qualche altro progetto embrionale sempre in Michigan. Vedremo cosa combinerà il ragazzo in futuro, che oltretutto ha solo 20 anni.
Nel frattempo ci perdiamo qualcosa, forse gli stessi Warning Sign o i Kvlts, più probabilmente quest'ultimi visto il frastuono che a un certo punto arriva da sotto le nostre suole, ma non possiamo garantire fedelmente ogni nostro passo durante la serata. Peccato, a posteriori, visto che Charlie Draheim è un altro che qualcosa di buono l'ha senz'altro fatto vedere in questi ultimi anni. A molti non frega chiaramente una mazza della musica, è solo una festa come un'altra, questo per dare la cifra di che livello di risonanza abbiano ormai i basement show. Stessa cosa era successa pochi giorni prima a Kalamazoo dove studenti universitari entravano baldanzosi con le loro six-pack, facevano un giro e si allontanavano poi ben presto di fronte all'ondata d'urto. Restavano fuori, in giardino, a bere e a chiacchierare, come un locale qualsiasi.

Certo se era il rumore che cercavo lo trovo in cucina, fra il lavello e lo scolapiatti. E' lì che un misterioso figuro, incappucciato con una hoodie di Luasa Raleon, piazza amplificatore e un Yamaha RS 7000, oggetto che nelle sue mani sembra particolarmente minaccioso. Tutto questo, sia chiaro, non era previsto e il nostro senza prendere contatti ha fatto tutto da solo, è entrato, trovato una presa elettrica disponibile e poi musica maestro! Sta di fatto che partono subito delle basi assordanti su frequenze quasi insostenibili che svuotano in pochi secondi i già rari coraggiosi che si erano avvicinati incuriositi. Restiamo in tre: il tizio che filma, uno sulla porta e di cui si vede solo la testa che gradualmente scompare dietro lo stipite e l'inviato di pillaloo che vuole vedere fino a che punto resisteranno i piatti, i vetri e ogni cosa in preda a quel terremoto di decibel. I fischi emanati dalla macchina si ripercuotono su quelli che sento ripartire dai timpani (dopo avermeli trapassati) e si resta lì solo per vedere fin dove si può arrivare.
A tutt'oggi non siamo ancora riusciti a sapere chi sia l'incappucciato, soprattutto non essendo previsto dall'ipotetico cartellone, ma resterà nel ricordo come una specie di Superman al contrario che, invece di evitare che la metro cada nel vuoto, è alle spalle dell'ultimo vagone a spingere con tutte le sue forze. E mica perché è un sadico: lo fa solo per sentire che rumore farà quando si accartoccerà schiantandosi.

Sul piccolo televisore che si trova davanti al cesso non scorre il presente. Non ci sono notiziari, serials, film, pubblicità. Così come finora abbiamo sentito musiche fatte con strumentazione spesso vintage o che riproduce suoni che la musica industriale faceva con le motoseghe e cianfrusaglie metalliche ormai trent'anni fa, anche questo apparecchio è sintonizzato su un altrove passato. Passano vecchi documentari, video dei Color Me Badd, tutta roba evidentemente facente parte di qualche vecchia, casuale registrazione familiare in cui ognuno ci ficcava quel che più gli piaceva. Il nastro va avanti tutta la sera, poi la notte, nessuno lo sta a guardare.

Si sta facendo tardi. Si deambula, non si cammina. Ci ritroviamo a descrivere a una tizia il video di Atlas dei Battles su cui poco prima la stessa si dimenava senza conoscere nè canzone nè gruppo. Forse dovrebbe essere sempre così. Impugna il collo spezzato di una bottiglia raccolto da terra solo per buttarlo nell'immondizia, cioé un punto a caso di due piani che sembrano una discarica comunale. Non è comunque male vedere la ragazza roteare quella roba tagliente come se fosse una borsetta di Louis Vitton. Le altre case sono praticamente attaccate: c'è un cortile interno in comune, in alto una luce indica presenze umane e da una finestra al piano terra si vede una coppia digitalizzata: lui al cellulare e lei al portatile. Come non si siano ancora lamentati per il casino che proviene da cinque metri più in là resta un mistero. In Italia sarebbe già arrivato l'esercito. Per l'immondizia dico.
A distoglierci è poco dopo un tonfo che sale dalle profondità della terra, seguito da un suono lamentoso e prolungato. Andiamo a dare un'occhiata e, prima di salutare, facciamo ancora in tempo a vedere una parte del concerto di Envenomist. David Reed si è distinto in questi anni per le spirali dark ambient a nome Luasa Raeolon ("The Poison City", fra l'altro, è uscito per l'italiana Eibon) e certo la sua concezione dell'elettronica è piuttosto lugubre e sinistra. Noi, del resto, non chiediamo di meglio, pur non avendolo seguito con la necessaria attenzione, neanche su cd o cassetta che sia. La sua è un'esibizione in cui al centro di tutto è l'atmosfera morbosa, per cui Reed non si agita né si contorce, muove con grande calma e attenzione le sue manopole, regola volumi, senza mai staccare gli occhi dalla strumentazione. Intorno per una volta c'è grande silenzio, qualcuno è seduto sulla scala che porta alla cantina e sporge la testa per vedere meglio l'uomo severo con la maglietta sudata. Quando usciamo si respira meglio. Non è sempre un bene. Soprattutto se è dal punto g che esci.

La storia finisce coi poliziotti con occhiali da sole scurissimi che arrivano e intimano di fare meno rumore, forse annunciano che la festa ora è davvero finita. Ma ormai è tardissimo e in ogni caso a quel punto siamo già lontani. Il buio appena usciti dalla città è molto buio. Lo prendiamo come una promessa.

(la prima e la terza foto sono ancora di Carlo Cravero)

14 maggio 2008

4 maggio 2008

Whispers for Wolves - "Language of the Dards…" (Boring Machines, 2008)

Davvero difficile non pensare alla musicista americana Melissa Moore come a un incrocio fra Diamanda Galas e Richard Bishop (musicalmente dico, se no sarebbe inguardabile). Eppure nei tre lunghi brani che compongono questo “Language of the Dards…” è proprio il fingerpicking del chitarrista dei Sun City Cirls che sembra passare attraverso le mani della Moore, così come la voce umanissima e spettrale che attraversa l’inziale The Collective Darkness non può non ricordare quella di Diamanda Galas. Ma questi sono solo solo gli elementi che più saltano all’occhio di un album ambizioso che sa spostarsi con naturalezza dall’elettro-acustica al folk più visionario (per la cronaca compare anche un oboe nepalese) dando vita a una musica in cui sapersi muovere sembra essere prerogativa di pochi. Sorprende soprattutto la bellezza di un pezzo come Kuu Aari Hassu in cui la chitarra si arrampica all’infinito su un fondale in continuo movimento fatto di rumoraglia e avvistamenti, con un crescendo che viene mozzato improvvisamente dopo dodici minuti di mantra chitarristico. Posta come architrave dell’intero disco questa composizione permette così alle frequenze disturbate della conslusiva The WomanEagle di fungere da semplice coda. La natura rituale, inquietante e ciclica di questo suono lascia senz’altro spazio a ulteriori sperimentazioni, tanto che non meraviglia scoprire che per Melissa la musica è solo una parte di un ampio percorso artistico che include scultura e installazioni. In ogni caso il talento c'è ma sarà dura ritagliarsi un proprio spazio all'interno di una "scena" in cui tutti fanno tutto e pubblicano di tutto e in cui certi suoni sono ormai moneta corrente.