24 febbraio 2008

Inca Ore – Grouper – Split CS (self released, 2007)


Com’è tipico della frenesia dell’era dei trend fulminanti che andiamo assaporando superficialmente, e non senza disinvolto mal di vivere ombelicale, ecco che una micro-tendenza dell’underground di 2-3 anni fa giace già dimenticata tra i pulviscoli e le macerie microproduttive su nastro.

Inca Ore, alias di Eva Saelens, e Grouper, alias di Liz Harris, erano le reginette della “moan wave”, termine coniato dall’ottimo Weasel Walter che sta ad indicare una musica fatta essenzialmente di lamenti vocali sovrapposti senza ritegno fino a formare una broda lasciva, oppiacea, ma sempre invereconda di psichedelico strazio, conturbante a tratti e mefitica altrimenti, una placenta di ammorbante frippertonic vocale, per lo più congiurato verso il basso, il mondezzaio delle produzioni targate Skaters & Co. Detto che secondo Walter anche gente quasi rispettabile (prendetelo con le molle) come Hospitals e Gang Gang Dance rientrerebbe nell’infausta categoria, per lo più sono la già citata premiata ditta Clark/Ferraro e i discepoli metallosi Robedoor a farla da padroni sul versante maschile del genere, mentre sul fronte clitorideo ecco le summenzionate reginette.

Delle due Inca Ore è la più spastica, irriducibilmente bohemienne e freak, tutto sommato trashosa per le infamie auricolari verso cui si spinge, mentre Grouper appare più poseur e snob, arroccata su una poetica da cameretta chiusa e buia, immersa in tendaggi vellutati e morbosità intima.

Diciamo subito che Inca Ore per qualche perversa ragione ci ha sempre intrigato. Certo, tra le altre cose è riuscita a dare alle stampe il peggior album 5RC di sempre, quell’indicibile “Birds in the Bushes” in compagnia di tal Lemon Bear, uno che è andato a lezione da Jandek senza capirci un cazzo, e questo dopo aver dato alle stampe un dignitoso lp di folk-moan-wave su marchio Jyrk. Poi è la solita trafila di cdr, collaborazioni (con Tom Carter) e split, vedi quello coi californiani Starving Weirdos e, appunto, questa cassettina insieme a Grouper. Qui Inca Ore, di nuovo in solo e senza lo sciagurato compagno di merende, torna a buoni livelli, per gli standard di cui ci occupiamo, specie nell’incipit di Churpa Champumado, sporca pulsazione psichedelica, legnosità perse nell’ombra, lampioni e pali della luce on the road all’imbrunire. Seguono le diverse specialità della casa, dalla nenia impalpabile e nuda calata brutalmente nel vuoto, al muggito alla Skaters che pavimenta tutto quanto fino ai sospiri affettati e alla nursery rhyme, per chiudere su arrugginiti bordoni di viola, o qualcosa del genere.

Meno eclettica è sicuramente Grouper che dopo il discreto successo dell’esordio importante “Way Their Crept” non è più riuscita ad andare oltre quella broda avviluppante di voci, sussurri e, probabilmente, lunghe note di basso dilatate oltremodo. Qui l’atmosfera si fa un po’ chiesastica, con tastierine giocattolo a sostituire gli organi, e anche più del solito ci si trova di fronte a una Hope Sandoval o Christina Carter (prendetela con parecchio sale) ridotte davvero ai minimi termini musicali e di fedeltà sonora. I pezzi sono praticamente tutti uguali e anche se la formula in definitiva ha un suo perché, la stucchevolezza ha superato l’angolo da un pezzo.

20 febbraio 2008

Endless Sea - "Hunter's Song" / Knunn - "Downhead Rabbit Tarots" (Second Sleep, 2007/2008)

Prime uscite in casa Second Sleep, l’erede della fu Long Long Chaney da Treviso. In realtà la più parte dei materiali è fuori già da novembre 2007, ma tra una cosa e l’altra sono riuscito a mettere le mani sul “batch” solo recentissimamente, in occasione di una calata di Matteo/Kam Hassah (che di Second Sleep è il factotum) qui a Roma. Andrebbero spese due parole sul motivo che ha portato il pot-addicted di cui sopra dalle parti della capitale: sostanzialmente, si trattava di un party presso l’Accademia Americana, in cui il nostro si esibiva assieme a Nico Vascellari. Fa un certo effetto assistere alla performance di due tipi che rantolano e si dimenano per terra, circondati da pedali ed effettacci vari, negli scintillanti ambienti di una villa sette/ottocentesca in posizione Gianicolo, con tanto di vista panoramica su Roma, stucchi, affreschi e che so io. Ma è inutile che sto a raccontarvi storie, vere attrazioni del party erano birra gratis, cibo gratis, e persino sigarette gratis (Lucky Strike, per la precisione): insomma, il paradiso! A fine serata ho visto anche Vascellari cimentarsi in un bellissimo ballo mongoloide-style al suono di non mi ricordo più quale classico electro periodo ’80 (a fine party c’erano i dj, ovviamente), in ogni caso, complimenti agli americani per i loro wurstel con crauti, la birra Hell (mai sentita prima), e le drag queen.

Tornando a noi: Endless Sea è il nuovo progetto dello stesso Matteo Second Sleep, e rispetto ai materiali firmati Kam Hassah posso dirvi che qui le cose si fanno parecchio più incazzose. Di fondo resta quell’attitudine nera, buia, disgraziata che sempre informa le uscite curate dal nostro, e a voler tagliare le cose con l’accetta possiamo dire che se Kam Hassah è la sua prova per droning cimiteriale, Endless Sea si situa approssimativamente presso lidi più prossimi a certa power electronics con accenti black noise. La registrazione è, inutile stare a ribadirlo, infame, e come spesso capita contribuisce in maniera decisiva al risultato finale: roba involuta, tutta pancia e intestini, urla (o almeno quelle che sembrano tali) che emergono a stento sotto un’eruzione di mondezze varie, per due lunghi brani che paiono l’ultimo Prurient seviziato da un ghoul. È divertente notare come, quasi per sbaglio, in mezzo a tanta empietà compaiano di tanto in tanto fantasmi di melodia (credo del tutto involontari) che fanno pensare a un nastro dei Beherit lasciato a squagliare sotto il sole. Dicevo sopra che le prime uscite della Second Sleep risalgono a novembre, ma questo “Hunter’s Song” è in effetti una novità: addirittura, sul sito dell’etichetta, ancora non è riportato tra i materiali in catalogo.

Alla infornata inaugurale appartiene invece “Downhead Rabbit Tarots” di Knunn, che altri non è se non Lexes da Napoli, pure lui titolare di un’altra etichetta prematuramente scomparsa, la Scarbox. Il nastro in questione è a tema magico-esoterico, o almeno così sembrerebbe visti i titoli e i riferimenti agli arcani dei tarocchi, ma – a parte tutto – la cosa importante è questa: Knunn, nonostante sia di Napoli, non deve aver mai visto la luce del sole. Questa almeno la mia teoria, suffragata per quel che mi riguarda dall’ascolto di un’ora asfissiante a base di synth ultradistorti, versi osceni, e ignominie antimusicali di tutti i tipi. Formule come “rabbia compressa”, “devasto trattenuto” eccetera hanno un che di ridicolo, concordo, ma ecco, le ho usate, e quindi capite da voi. Insomma: un gran casino, e anche una grande prova, soprattutto sul secondo lato: idealmente siamo molto vicini a quanto detto a proposito di Endless Sea, e visto che la carta del ghoul l’ho già giocata, qui mi tocca evocare il divino Tuchulcha e raccomandare il nome di Knunn allo Zatlath Aithas degli inferi etruschi. XURUVA UNUTH! HATRTHI!

12 febbraio 2008

Barbara – "Peger" (HCB, 2007)

HCB (Heart & Crossbone) e Topheth Prophet sono due etichette gemelle di nazionalità Israeliana -di Tel Aviv la prima, di Ra'anana la seconda- che raccolgono il meglio della scena alternativa locale.
HCB si occupa principalmente di metal e noise mentre Topheth Prophet traffica con materiali post industriali; nel catalogo di quest’ultima, infatti, ci trovate pure qualche nome piuttosto noto, come ad esempio quello di Albin Julius Martinek AKA Der Blutharsch (…).
In questa sede andiamo a parlare di una delle ultime uscite HCB, ovvero di “Peger” (“carcassa” in ebraico) dei Barbara.
Come nel caso dei Grave In The Sky, anch’essi su HCB, Barbara propongono una miscela piuttosto personale di grind, black e suoni “altri”, identificabili, questi ultimi, come derive ultra estreme di stilemi noise-free jazz. Vengono in mente a tal proposito formazioni della foggia di Trumans Water, Lightning Bolt, Flying Luttenbachers (quelli di “Gods Of Chaos” soprattutto) e finanche Naked City in quei frangenti dove la struttura tende a disfarsi, senza peraltro mai trasformarsi in caos puro. Ora, prima di descrivervi per sommi capi le caratteristiche salienti di “Peger”, vi pregherei di lasciar perdere le recensioni che si trovano in giro, soprattutto quelle scritte da true black metal fan incappucciati perennemente alla ricerca di suoni che perpetuino la tradizione. Si, quelle recensioni sono quasi tutte negative o al meglio fanno passare “Peger” come un’eresia (Striborg sa bene cosa significhi ciò), additandolo a mo’ di pericoloso rifiuto tossico.
Qui c’è poca tradizione e molta contaminazione invece, nella scia di formazioni che stanno cercando, per quanto possibile, di svecchiare un certo tipo di sintassi. D’altronde le teste che emergono dal mucchio sono le prime ad essere tagliate, e di questo Barbara sono perfettamente coscienti.
Allora, così come nel caso dei già citati Grave In The Sky, dei Mahakala o dei cinesi Hyponic, nel suono dei Barbara la componente trance/psichedelica è decisamente prominente, e va a costituire una cappa di fuliggine radioattiva invero parecchio disturbante. In quest’ottica “Peger” suona abbastanza lo-fi. Le parti di batteria, infatti, nonostante incalzino veloci e irregolari, appaiono in penombra rispetto al resto, dando l’impressione di essere elemento quasi di contorno piuttosto che struttura portante.
Ciò non si verifica in apertura, nella feroce “Schneii”, o nell’altrettanto bestiale “Pray To Black”, dove le pelli sono percosse in modo davvero inumano. “The Feedbacker”, “Akum”, “Shimaa”, “The Philosopher Under Pressare” invece, sono attraversate da colate di feedback che avviluppano nel flusso le asperità percussive, tramutandole in echi tribali rimbombanti in lontananza. Eppure la differenziazione del suono è proprio in questi tracciati ritmici sommessi e soffocati, basta seguirli con un po’ d’attenzione; quasi che necessitino di essere decriptati. Non è un caso che la press sheet parli di bass & drums.
Per ciò che concerne il prodotto, libretto scarno ma curato, testi sia in inglese che in ebraico, copertina suggestiva… insomma cha altro pretendere da un oggetto del genere?

4 febbraio 2008

Secret Abuse - "Young Pig Vol. 1: Walking For Days Alone" (Eager Mother, 2007) / "Young Pig Vol. 2: Master I Have Desire" (Ides, 2007)

Capita poi che, fra cassette e cassettacce, sbuchi qualche chicca. Certo, nessuno ci ridarà indietro il tempo perso ad ascoltare le cassettacce, ma i sogni non sempre son desideri. A volte, anzi, sono perversioni. E di perversioni se ne intende senz'altro Jeff Witscher che prima ci ha assordato più e più volte con i Roman Torment e Impregnable, trovando nel frattempo il tempo per pubblicare cassette per la sua Callow God, e poi l'anno scorso è uscito allo scoperto con Secret Abuse. Magari con questo nuovo progetto non avrà visto la luce in fondo al tunnel, ma sicuramente ha conquistato una nuova prospettiva per la propria musica, oltre che una varietà che in passato difficilmente avremmo preventivato. Le due cassette in questione, oltre a essere al solito limitatissime, ci presentano quindi uno Witscher inedito, soprattutto nel primo dei due volumi di "Young Pig", alle prese con un'ambient noise di grande effetto.
Il primo lato di "Walking For Days Alone" è abbastanza paradigmatico nella sua ambilvalenza: la melodia disturbata e sommersa dai marosi noise di Anytime fa da contraltare alla melodia reiterata - quasi narrativa - che si sviluppa invece tanto fluidamente nella precedente One More River To Cross. Leggermente più drone-oriented il secondo lato che, con Picture of Redwood insieme a Werness/Bloody Toe, s'impone come episodio più fruibile di tutta la discografia di Witscher, anche se l'impressione è che a illuminare il tutto sia un sole comunque autunnale.

Il primo pezzo che apre "Master I Have Desire" (Ides) ci riporta subito a terra con l'imboscata harsh di Terrible Release Day le cui frequenze ossessive c'inseguono fin dentro Naette dove, sul finire, da ronzanti si fanno davvero impossibili. Quando ormai credi di esserti fottuto per sempre i timpani, giunte al loro culmine le frequenze sfociano in modo quasi trionfale in una tessitura ambient noise di rara efficacia, nonostante venga poi strappata brutalmente alla fine del primo lato. Girata la cassetta si capisce in fretta che se finora Witscher c'aveva raccontato una storia (d'amore?) questa storia non andrà a finire tanto bene. (Sulla copertina in bianco e nero c'è una ragazza nuda, di spalle, in un prato dall'erba alta, con le braccia allargate; forse corre o forse è in contemplazione. Di cosa, però, non si sa). Brusii calustrofobici e flussi alterati si dipanano senza soluzione di continuità da Pilgrim Girl a Julian Approaching e lasciano ben poco spazio alla fantasia. Del breve pezzo finale ci resta solo una melodia appena tratteggiata, un ricordo lontano di quelle ascoltate nel precedente volume, e un titolo che chiude degnamente il tutto: Like Samson, I'm In The Dark And Continue To Ride The Bus.

30 gennaio 2008

The RUR L.A. FAUNE Box

Mi tocca ora sdoganare su Pillaloo un altro dei grandi feticci del mefitico MondoWeird. Dopo le cassette e i cdr… i box in edizione limitata. Ruralfaune è una microlabel francese di cdr messa su dal simpatico Bruno Parisse. La grandeur transalpina aleggia anche su queste musiche per pochi intimi e Bruno lo ha già dimostrato assemblando lo scorso anno una tripla compilation chiamata Frannce in combutta con La Belle Dans La Merci (altra micro label…) e manco a dirlo dedicata alla Francia e ai suoi valori (libertè, egalitè e poi non ricordo cosa c’era più…).

Ora l’attenzione di Ruralfaune si sposta dall’altra parte dell’oceano e getta un occhio, un orecchio e anche qualche altra cosa, sulla scena californiana. The Rur L.A. Faune Box è in pratica il gemello americano del box Birth of a New Rural Europe che comprendeva uscite di Valerio Cosi, Sawaadyja e The Reggaee. La tiratura del boxset europeo era di 35 copie, quella di questo californiano di 10 copie in più. Quindi sono 45 esemplari in tutto e basta così. Il packaging è semplice. Bruno è andato nei boschi intorno ad Angers in Francia, li dove abita lui, ha raccolto un sacco di legname e ne ha ricavato una serie di bastoncini di vimini per poi legarli l’uno all’altro. Il boxset europeo era invece fatto con le canne (nel senso proprio di canne da canneti…). Dentro questa confezione naturalistica ci ha infilato i 4 dischi che compongono il boxset e che ora descrivo rapidamente:

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CHANGELING
"Animals in Exile"

Changeling è il nome d’arte (odio l’espressione “moniker”… ma chi diavolo l’avrà tirata fuori dico io…) di Roy Tatum un tale che si dedica a mettere nella sua musica esattamente le cose che piacciono a me: dilatazione, ipnosi, trance, droni d’oltretomba che vanno e vengono, voci di spettri che si lamentano. Animals in Exile è un ottimo disco che miscela tutto questo è ottiene 5 tracce una più dispersa e disperata dell’altra.


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INSANIACS

"Age of Rust"

Gli Insaniacs sono una nuova sigla che unisce Roy dei Changeling di cui sopra e l’indaffaratissimo Britt dei Robedoor. La musica infatti è esattamente l’ibrido che ti aspetti. Assomigliano agli Skaters che jammano con i Robedoor. Ovvero, folate di noise in bassissima fedeltà e rantoli mefitici dall’oltremondo. Un’unica traccia di 28 minuti e i vostri cervelli se ne vanno a passeggio in un mondo in rovina. Da prendere a piccole dosi, ma se state leggendo Pillaloo siete già rovinati di vostro quindi dateci sotto.


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POCAHAUNTED

"Pocahaunted"

Le Pocahaunted… le adorabili pocahontas inquiete. Non faccio mistero della mia passione per queste due sballate. Le ragazze sono carine e quindi hanno spezzato diversi cuori in quel di L.A. Sull’attività della Not Not Fun e dei loro magnifici artwork non dico nulla. Segnalo più che altro che questo loro “self titled” comprende 2 tracce che aspettavano da un anno di essere pubblicate. Roba di archivio quindi e anche un po’ acerba. Non il migliore dei lavori del box ma essendo femmine a loro è toccato il packaging con i colori rosa.


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VxPxC

"I see a Fire in the Distance"

I VxPxC sono un altro ensemble del cazzo che riesce a farsi piacere dal sottoscritto. Sono in tre. Hanno varie ramificazioni… il più attivo è Grant Capes di Phantom Limb, ma qui mi preme più che altro segnalare il lato blues di questa musica da drogati. In questo caso una frasettina di chitarra suonata alla bell’e meglio si stende languida su un panorama alterato fatto di rumori, echi di radio, samples e cazzate di ogni tipo. Brad Rose segnalava la capacità dei tre di usare l’elettronica. A beh..certo… questa musica non musica ha un’innegabile qualità scenografica. Non chiedetemi di distinguere un disco dall’altro… ma datemene ancora, ancora e ancora.

29 gennaio 2008

Stella Richards

Questo mio intervento stamattina esula dall'andazzo generale che è per lo più ludico, ma sarò breve così ritorniamo a cazzeggiare.

Mi sono trovato a parlare con Adam Richards di House Of Alchemy non più tardi di una ventina di giorni fa, in merito all'ultimo disco dei Peonies. Ora vedo che House Of Alchemy ha chiuso i battenti e Brad Rose su Foxy Digitalis ha messo un avviso in testa alla homepage.
Alla figlia di 10 mesi di Adam, Stella, è stato diagnosticato un cancro. E che cazzo!

Stanno provvedendo alle cure mediche in un ospedale di Buffalo, ma a quanto ho capito servono soldi per coprire le spese della chemioterapia e tutte le altre faccende mediche che si rendono necessarie.

Beh. Grant Capes di Phantom Limb e (VxPxCx) sta preparando un doppio disco benefico. Intanto ha predisposto una pagina di spiego: stellarichards e su ebay vende cdr il cui ricavato va sempre li. Fine dell'appello umanitario.

28 gennaio 2008

The Futurians - “Untitled Space Junk”; Golden Cup "Eye Mith" (8mm Recs, 2007)

I Futurians detengono un record, almeno dalle parti di casa mia: sono gli autori del disco peggio registrato tra quelli che mi sono ritrovato tra le mani in anni di frequentazioni fin troppo disinteressate a concetti quali “alta fedeltà”, “qualità del suono”, e altre sottigliezze simili. Trattavasi, a onor della precisione, del nastro uscito un annetto fa per JK Tapes, l’etichetta di Peter Friel su cui – sono sicuro – torneremo a breve. Per quel che mi ricordo non aveva nemmeno un titolo, ma una volta infilato nella piastra quello che ne usciva era una mondezza tale che, tuttora, non sono sicuro si trattasse dell’effettiva sporcizia della registrazione o della cassetta rovinata dalle intemperie. Chissà. Tutto questo per dire che quando Luca della 8mm mi ha dato questo “Untitled Space Junk”, avvertendomi che “sembra registrato col walkman”, non mi sono né allarmato né stupito: i neozelandesi avevano dalla loro un precedente tale che ero pronto a tutto. Fortunatamente, almeno questa volta, quello che proviene dalle testine un senso ce l’ha, e anzi, ci teniamo tutto sommato dalle parti di un lo-fi disgraziato quanto si vuole, ma in ogni caso perfettamente comprensibile. Forse che Luca Massolin utilizza una marca di cassette migliore di quella di Peter Friel? Forse che i neozelandesi non hanno voluto esagerare in lordume, visto che in fondo, anche in passato, non si sono mai segnalati per estremismi troppo spinti (almeno a che mi ricordi)? Sia come sia, “Untitled Space Junk” è un bel nastro per grezzo garage-rock un po’ psichedelico un po’ “no”, una specie di punk per uomini della pietra sfatti dalle droghe, che tanto piacerebbe ai fan di Magik Markers (i primi) e Teenage Jesus, non fosse altro che per la voce di Beth. Non so con quale formazione si presentino oggi i Futurians, certo che il progetto è sempre stato una specie di supergruppo della scena neozelandese (in mezzo i vari Antony Milton, Stefan Neville, Clayton Noone), anche se, in fondo, di neozelandese il gruppo ha poco, perlomeno se col termine in questione intendiamo le astrazioni free noise che vanno dai Dead C a Birchville Cat Motel. Qui semmai a ripresentarsi è l’altra Nuova Zelanda, quella semidimenticata degli anni ’80 che pure tanto si spese sia in lerciume che in riscoperte del verbo sixties, il tutto travisato e rigurgitato per allietare le orecchie dei freak-noisers anni 2000. Musica fatta con le budella per le budella, ecco qua.

Tornando a Luca Massolin, quando non è impegnato con le colate dark-laviche (???) dei Nastro Mortal, eccolo che tira fuori il suo lato più etereo, sognante, ma ugualmente – ci mancherebbe – rovinatissimo col progetto Golden Cup. Siamo sempre dalle parti di una drone music in bassa fedeltà, direi quasi cosmico-campestre, tutta giocata su reiterazioni e scampanellii dell’oltretomba, solo che questo è un oltretomba per nulla cupo o orrorifico, risultando anzi piuttosto (ehm…) sereno nel suo dipanarsi all’infinito, anche se su distanze invero abbastanza contenute. Recentemente mi è capitato di riflettere spesso su come questo suono eterno e in fondo già storicizzato – il drone, per capirci – negli ultimi anni si sia saputo reinventare su basi al tempo stesso fedeli alle origini eppure attualizzate in chiave… chiamiamola neoprimitivista, tiè. Il paradosso – temporale innanzitutto – è evidente, eppure è questo un suono che lo senti e lo riconosci al volo, e che nonostante le apparenze non può che venire da questi anni e da queste latitudini. Ascoltate i vortici ascendenti di Panavision e ditemi se in quella pasta sgranata, sibilante, ipnotica e deforme, non sta il meglio di una scena che tra mille difetti e mille capolavori mancati tanto sta dando alle musiche “altre” dei 2000. “That was punk – this is now”, recitava ai tempi una delle mie etichette preferite, e chissà perché lo slogan mi torna in mente proprio adesso.

Citazione d’obbligo per le belle copertine e per il packaging ad hoc. Ma stiamo parlando della 8mm, e questo dovreste saperlo già.

22 gennaio 2008

Odd Clouds - Cleft Foot Of The Woods (Tasty Soil, 2007)

Negli ultimi tempi sono in fissa assoluta per questo disco. Non riesco a staccarmene, davvero, perché letargico com’è ti avvolge, ti stordisce e ti si appiccica addosso come carta moschicida. Allora, giusto due parole per inquadrare la cosa. Lui si chiama Chris Pottinger ed è l’ennesimo virgulto dell’affollatissima scena noise del midwest. Di Detroit precisamente.
Come scritto a pagina 43 nel manuale del perfetto nerd subculturale, il nostro s’è costruito la sua brava etichetta discografica, la Tasty Soil, e i suoi bei progettini sconclusionati: Cotton Museum, Slither (li con Heath Moerland di Sick Llama) e Odd Clouds per l’appunto.
E’ poi illustratore/designer sommariamente art brut -nel sito personale trovate un’ampia gamma di disegni, manifestini, spillette, cover (mancano solo i fumetti se non erro)- e gira inoltre per mostre, anche importanti, in luoghi istituzionali. Insomma, una situazione da tenere d’occhio con una certa attenzione.
L’altro band leader si chiama Jamie “Jimbo” Easter, anch’egli illustratore, scultore, pittore, nonché membro di un altro progetto alquanto interessante, ossia Drona Parva (non quelli su Time-Lag); che poi è/era anche l’ugola dei ben più conosciuti Piranhas (ricordate?). Li, oltre a cantare, si trastullava sfregandosi cocci di vetro sulla faccia. Un vero animale.

Dunque, tornando a Pottinger, che è poi il motore principale degli Odd Clouds, devo dire che inizialmente ero piuttosto scettico sulla bontà del disco, e anche si, parecchio prevenuto.
Ok, non ho mai ascoltato i Cotton Museum, però ecco, le suite in bassa fedeltà degli Slither non mi dicevano molto. Non per la resa lo-fi delle registrazioni -d'altronde qui ci occupiamo di musiche weird, quindi…- quanto invece per l’irrisolutezza che l’impianto sonoro mostrava nel complesso. Nello specifico, si tratta di un impasto mal amalgamato di droni, elettronica e suoni trovati, il tutto rigorosamente improvvisato (o assemblato a caso?). Troppo abulici per i mie gusti e onestamente un po’ amorfi, anche se non disconosco loro un certo appeal. Con un po’ di fantasia mi viene di accostarli ai Graveyards, beh a dei Graveyards che frugano nell’immondizia e che non riescono a cavarne fuori un suono pulito che sia uno, o quantomeno un attimo di lucida follia improvvisativa.
Quindi gli Odd Clouds. Come si fa non amarli? “Cleft Foot Of The Woods” è uno spettacolo già solo per la copertina, comunque poco efficace nel suggerirne il contenuto, ho pensato a posteriori. Si, perchè a prima vista lascia intendere si tratti di un disco ultra noise spastico e devoluto, o almeno io ho percepito questo.
Invece no. Certo il primo pezzo (sono undici tracce senza titolo, concepite nell’arco di tre anni, alcune delle quali registrate durante esibizioni live) è una mazzata percussiva non indifferente. Qui la batteria inscena, senza variazioni, una linea ritmica ossessiva, mentre un drone strisciante e svisate (free) di sax danno corposità e ne supportano l’incedere.

Con la seconda traccia inizia la fase di deambulazione sonnambula, che s’interrompe solo a tratti, o meglio in corrispondenza dei pezzi registrati dal vivo. Entra in gioco un basso drogato a inscenare crepuscoli psichedelici, implosioni improvvise, abluzioni in polveri stellari, per un sound complessivo che non esiterei a etichettare come post rock (che brutta parola, lo so). Chiaro, un post rock da discarica a cielo aperto, o giù di li.
In effetti però, è più una sensazione epidermica, perché anche gli Odd Clouds mi sembrano poco definibili. D’altronde quando la produzione è quella che (non) è, pur con tutta la buona volontà dei musicisti, resta difficile diversificare i suoni. A differenza degli Slither, nonché di molta weird music odierna, qui c’è un indirizzo preciso tuttavia, e soprattutto dinamiche “d’interlplay” ben coordinate. Come nella tracce 4 e 7, dove ingarbugliamenti di free jazz deteriorato -alla Ettrick direi- interrompono l’idillio morfinico. Come la traccia 9, che viaggia per ventiquattro minuti sulle medesime coordinate, in equilibrio instabile tra composizione e improvvisazione.
Va bene, non starò a descrivervi tutto l’ambaradan, anche perché a questo punto rischierei di annoiarvi ulteriormente, però insomma, sapete cosa fare no?

20 gennaio 2008

Air Conditioning - The Ocean (Callow God, 2007)

Naturalmente bisogna cominciare a parlare di cassette. In quel magma sotterraneo che scorre nei bassifondi del nuovo noise americano la cassetta per molti gruppi rappresenta un passaggio obbligato. Sinceramente, ho perso il conto di tutte le tape-label che in questi ultimi anni sono spuntate come funghi un po' in tutto il mondo ma che hanno negli States un preciso punto di riferimento. Non è un fenomeno nuovo del resto, già negli anni '80 c'erano una manciata di etichette simili, ed è utile ricordare almeno il ruolo che ebbe ad esempio l'olandese Staalplaat nella diffusione e nella circolazione di questo formato all'interno di certe sonorità di area post-industriale. Negli anni '90 le cassette sono state più che altro un veicolo promozionale per gruppi alla ricerca di un contratto, soprattutto in ambito metal, e potevano arrivare a vendere anche più di un migliaio di copie, mentre negli anni 2000 ha avuto una rinascita decisiva con tanto di etichette specializzate, specializzate anche in packaging fantasiosi, come nei casi della Deathbomb Arc e della JKTapes. Eppure, nonostante sia una strada ormai così battuta, la cassetta continua a essere affare di pochi aficionados e a essere fuori moda, obsoleta e sfuggente per natura, nonostante in un quel gran covo di nerd-catalogatori che è Discogs possiate trovare certosine annotazioni di molti dei nastri che hanno circolato, e appunto circolano tuttora, nella "scena", anche quando sono usciti rigorosamente in 20 o 50 copie. Ecco che allora anche gruppi "affermati" come gli Air Conditioning - o altri gruppi che come loro hanno avuto una loro consacrazione, arrivando magari a pubblicare per etichette come Load e Sub Pop - continuano a far uscire materiale fuori dai circuiti ufficiali. Tanto per restare nel caso particolare "The Ocean" è uscita qualche mese fa in 100 copie per l'interessantissima Callow God e spacca, ma spacca sul serio. Tanto per dire a me piace più del loro ultimo album "Dead Rails", e ci ritroviamo per le mani tre pezzi densi e urticanti come non si sentiva dai tempi di "Weakness". E se parte un po' in sordina con le solite frequenze disturbate di Peace and Quiet (forse pensata come una specie di intro) è con gli altri due pezzi che il gruppo di Allentown, PA si conferma fra le migliori realtà "noise-rock" ancora a piede libero. Ovviamente minimali come al solito sul booklet non ci sono informazioni su chi suoni cosa o a quando risalgano le registrazioni, ma diamo ovviamente per scontata la presenza del pachidermico Robert Jurgensen al basso e di Matt Franco alla chitarra. Il primo lato si chiude con Sickness and Health, equilibrio che si risolve invitabilmente a favore della malattia, fra colate noise, pedali torturati e corde maltrattate in un riuscito tripudio di feedback lancinanti e forse delle parti "cantate" che emergono qua e là. Sulla stessa linea, ma se possibile ancora più devastante, il secondo lato che contiene un unico brano di quasi 18 minuti, Superior Galaxies, che dello spazio siderale sembra registrare solo le collisioni fra asteroidi, esplosioni di supernovae e eruzioni solari. L'ultima parte invece sfuma in una comunque inquietante metamorfosi fatta di effetti, echi e dissonanze fino a spegnersi del tutto, in attesa di ricominciare il supplizio. Ineguagliabili.