11 giugno 2008

Sun Araw - The Phynx (Not Not Fun, 2008)

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2 giugno 2008

A GONZO REPORT: DEEP INSIDE THE G-SPOT!

Ancora Michigan, due tipi di carcasse: copertoni scoppiati ai lati della strada e animali non identificabili, il solito vuoto siderale intorno, da pianura padana vista da molto lontano, fattorie, silos, boschetti neri, gigantografie pubblicitarie. Comincia con noi il 15 agosto 2007 su qualche highway a far finta di essere qualcun altro. Evasi, assassini, drogati, gente che ha lasciato apposta le impronte sul luogo del delitto solo per provare l'adrenalina di un ulteriore inseguimento. O ancora folli strangolatori di chitarre e assatanati pigiatori di pedali, gente che anche per azionare il tostapane riesce a metterci di mezzo un po' di circuit bending. Siamo invece nati in italì, e tanto per cominciare stiamo ben attenti a non sbagliare uscita prima di ritrovarci con le chiappe a terra, vale a dire in Ohio. Lì un'altra volta, magari. Oggi invece siamo diretti in quel di Ann Arbor. Poi, una volta arrivati, dovremo trovare il punto g.

L'idea di andarcene in giro a chiedere dove si trova il punto g non è che ci esalti più di tanto. Sarebbe un esperimento interessante da fare, ma non in questo paese puritano dove prima della seconda birra le ragazze sono molto cortesi e basta e dopo la terza la bibbia la usano come sottobicchiere. Quindi seguiamo paro paro la cartina, cosa non impossibile visto che Ann Arbor avrà anche dato i natali a Stooges, MC5 e Destroy All Monsters ma è una cittadina pulita, ordinata in cui le staccionate fanno bella vista di sé, a contenere i soliti giardini con al centro il solito vialetto che s'inerpica poi sulla solita veranda. "G-spot" si chiama il posto e non è una cavità, questo va detto, e neanche una protuberanza o un cunicolo di mucose. Il punto g è, come molte altre cose difficili da trovare, proprio in mezzo a tutto il resto, ben mimetizzato. E' insomma una casa. Il punto g è una casa che se ci entri sei fortunato e se resti fuori ti arrangi come puoi. Noi per stavolta entriamo. Fra queste quattro mura sta per partire uno dei basement show più grandi di tutta la stagione. Ci accoglie un ragazzo di nome Jordan, anche lui ordinato come una casa dietro una staccionata e quindi totalmente folle quando lo ritroveremo, poche ore dopo, a urlare dentro una cantina immersa nel buio.

Fuori rincontriamo anche Josh degli Our Brother the Native. Ci dice che stasera ci saranno più o meno tutti quellli che hanno anche solo un minimo progetto musicale, lì in Michigan. Esagera, ma la cosa ci spaventa e ci eccita non poco, anche perché sappiamo che sarà l'ultimo concerto a cui assisteremo prima della partenza. Stiamo cercando di rifarci del tempo perso altrove, cercando di non pensare che ci siam giocati per un solo giorno i Wolf Eyes e Panicsville che suonavano a East Lansing, a due passi dal posto dov'eravamo alloggiati. Non si capisce ancora bene chi suonerà ma la cosa sembra più promettente del previsto. I furgoni cominciano ad affluire come le station wagon nell'incipit di "Rumore bianco" ma non è così bello, temo. Dentro i furgoni però di roba per fare rumore ce n'è abbastanza per tutti.
Per ora ci allontaniamo, ben consci che se mangeremo non sarà una pizza e se mangeremo una pizza non torneremo indietro per raccontarlo. Il mini-market più vicino non offre gran che, intravediamo appena la faccia annoiata dell'indiano che lo gestisce mentre fa sparire chissà cosa sotto il bancone. Ancora una volta ci perdiamo in mezzo ai filari di case che staremmo a guardare per delle ore. Passiamo sotto i tralicci da cui pendono tutta una serie di scarpe da ginnastica annodate fra loro: una tradizione qui, oppure un'abile mossa pubblicitaria della nike. Sulla veranda degli studenti ci guardano un po' incuriositi mentre scattiamo foto.

Lì vicino, questione di pochi isolati, c'è la University of Michigan dove insegna non so cosa Eric Cook, ex batterista dei mitici Gravitar e musicista elettronico per i fatti suoi. Mesi dopo mi dirà che gente come Olson e Dilloway facevano le stesse cose che fanno oggi già anni fa (grafica, musica, produzioni su produzioni) ipotizzando che l'unica differenza fra vecchie e nuove generazioni sia proprio questa perseveranza, questa convinzione che sembrerebbe non essere ancora scemata, di poter andare avanti all'infinito. Qualche dubbio, in verità, resta, nonostante sia difficile nascondersi che una scena musicale così trasversale forse l'America non l'ha mai avuta.

Al nostro ritorno la situazione si è decisamente movimentata. La veranda scricchiola sotto il peso di gente che muove i deretani al suono di musica r'n'b, e sarà pure fatto con autoironia (o vera passione, chissà) ma è davvero troppo per un inviato di pillaloo a cui non resta altro che tapparsi le orecchie e entrare abbastanza indignato. Siamo qui per la musica di merda e merda music avremo. Scendiamo quindi di filato nella cantina che come al solito si apre come uno strapiombo, con una scala fatta apposta per rotolare giù e rompersi molte ossa. Appena il tempo di prendere posto e intravedere un po' di strumentazione sparsa su un tavolo (e tre figuri subito dietro) che un tizio spegne la luce e dà inizio all'apocalisse. Loro si chiamano Crosse Humiliation ed è facile ribattezzarli subito come nipotini dei Wolf Eyes, anche se chitarre non se ne vedono. Così a memoria direi che entrambi urlano (uno è il Jordan di cui sopra, l'altro un ciccione che sembra Barney dei Napalm Death - e che lo prenda come un complimento). Nell'oscurità mi sembra d'intuire un microfono a contatto collegato con un pezzo della batteria, ma i display della strumentazione cominciano ben presto a traballare per sperare di poterne sapere di più. Non è solo a causa dell'harsh sparato che ci viene incontro, è che il pubblico - una ventina di persone, non di più - si accalca sul tavolo e dev'essere ricacciato indietro a forza dal tizio che si era occupato di fare buio in sala. Più la musica cresce in decibel (non tanto, quindi, in intensità) più il pubblico si fa sotto come se aspettasse un segnale per qualcosa di preciso. Le pareti sembrano tremare e scrostarsi, il rimbombo è davvero notevole, anche se a livello musicale non ci troviamo di fronte a niente di originale o di eccessivamente ricercato. Quando la calca si fa ancora più molesta e i corpi cominciano davvero ad accavallarsi è come se venissero lasciati liberi i cani: a un certo punto ci si avventa sul tavolo, il pezzo di batteria viene abbrancato e lanciato alle spalle di Jordan - mancato per un pelo - il tavolo viene agitato come in una seduta spirtica, i display spariscono sul pavimento nero, partono anche i microfoni e i pedali: tutti quanti urlano, abbaiano. Non c'è più niente con cui produrre suono: quando la musica smette si accendono le luci. Il tavolo è a gambe all'aria insieme a tutto il resto. Ce ne andiamo prima che comincino i sacrifici umani perché l'impressione di aver assistito a una specie di rituale è molto forte.

(i Crosse Humiliation han fatto uscire un paio di cassette per la Chondritic, la prima delle quali omonima, è proprio quell'harsh lì, la seconda - "A Very Young Rider" - cambia totalmente stile e preferisce atmosfere più cupe, una tendenza sempre più marcata nel Midwest noise. Ho scoperto solo dopo che ne fa parte Grey Holger/Hive Mind che quindi nella stessa serata dovrebbe aver suonato anche come Kvlts).

La cosa dolorosa non è starsene in un angolo in una casa devastata dalla stessa epatite c che vagava liberamente nella casa di Kalamazoo, o non conoscere quasi nessuno, o ancora scattare foto in giro come neanche un tedesco a Venezia mentre, insomma, questa è una casa qualunque, praticamente identica a quelle che ha a fianco. (Casa che sta per essere evacuata oltretutto, il mattino dopo mi dicono, ne siano testimonianza le valige allineate in fondo alla bidonville del salotto). La cosa davvero dolorosa invece, dicevo, è restare sobri in mezzo a un posto in cui tutti bevono e la frase o il pensiero "i gotta another beer" è il più gettonato della serata. Ma il viaggio di ritorno si preannuncia a notte fonda e non so perché ma in Michigan il buio sembra più buio e le autostrade non brillano per l'illuminazione e, in generale, non brillano proprio con tutti quesi boschi asserragliati ai lati come muraglie infinite. Quindi bisogna restare lucidi fino in fondo. Intanto vaghiamo in attesa che il prossimo gruppo cominci il suo set.
Appena sentiamo mezza nota ci ricatapultiamo di sotto e troviamo nientemeno che i Demons, vale a dire Nate Young dei Wolf Eyes (con espressione non proprio lucida) accompagnato dalla dolce metà Alivia Zilich e da quello che mi sembra un alcolizzato all'ultimo stadio (per esclusione quindi Steve Kenney). Ci sono due vecchi synth a fronteggiarsi l'un l'altro, la Zilich in mezzo a proiettare video ipnotici, onirici, rigorosamente in bianco e nero come già fa come Video Madness. I suoni lunghi, psichedelici e inevitabilmente kosmici s'intrecciano in una spirale ancora più lunga, diluita nel vortice delle immagini che scorrono poco più in là, una spirale sul muro che, man mano che passano i minuti, assomiglia sempre di più a un buco spazio-temporale. Davvero freak e con un suo fascino perverso, apprezzabile soprattutto se non sei sobrio, anche se "miracolo" è l'ultima parola che mi viene in mente. Le cose uscite su AA records comunque sono da recuperare.
Si fa strada un pensiero che si era annidato in noi fin dall'inizio alla vista di tanta gente sparsa qua e là, oltre che di amplificatori, pedali e quant'altro portati a spasso per le stanze, e cioé che ci troviamo di fronte a una specie di party o di happening più che a un vero e proprio concerto. Le modalità delle altre esibizioni ci dimostrano che non abbiamo torto, ma anche che è una serata aperta in cui è sì bello divertirsi ed esprimersi ma anche mostrarsi, far vedere che si è parte di una cosa sì sporca ma tanto cool. Puntuale inoltre la ripresa audio e quella video di ogni esibizione che nella merda music non si butta via niente, una cosa questa che sta già stufando da tempo ma che, nonostante tutto, continua ad avere un senso.

Non so quanto tempo passi prima che ci ritroviamo ancora di sotto avvolti dalla penombra. Stavolta il progetto non ha manco un nome ma si tratta senza dubbio di Aaron Dilloway e Mike Connelly, come a dire passato e presente dei Wolf Eyes e una buona fetta dell'underground che conta, a questi livelli (basterebbe anche solo il nome degli Hair Police di Connelly, ma se poi attacchiamo a elencare tutte le produzioni di Dilloway non ne usciamo vivi). Inutile dire che sono figure molto rispettate da queste parti e come al solito è l'umiltà a farla da padrona, senza protagonismi di sorta o atteggiamenti da rockstar (anche se Connelly che da teenager fa il guitar hero nella sua cameretta ce lo vedo bene). Musicalmente parlando, da quel po' che si è sentito, siamo ancora a una fase iniziale di composizione: la chitarra di Connelly non sfregia ma anzi si affida a note cadenzate, lunghe e reiterate, che si sovrappongono a quelle tetre del synth di Dilloway, in un festival di droni e risonanze. Da allora non è ancora stato pubblicato niente, segno che forse il disegno dev'essere messo maggiormente a fuoco o che debba trovare adeguata collocazione all'interno dell'estetica dei due. Nel frattempo però, visti i nomi coinvolti, restiamo fiduciosi. Risalendo inciampiamo in numerose lattine vuote, con sempre più sete addosso.

C'è una volante della polizia che passa spesso davanti alla casa. Senza rallentare troppo l'andatura tiene d'occhio la veranda traballante e le lattine che man mano si svuotano. Ormai è notte ma giurerei di aver visto il poliziotto che guidava con gli occhiali da sole, ma dentro il punto g si sta così bene che tutto è ridicolo visto da lì. Neanche il tempo di girarsi (sono nella bidonville accanto a uno scatolone ripieno di cassette e di una zucca di halloween di plastica) che un tizio ha appena unito lo stereo a non so che macchinario e comincia a far girare dei vinili e a distorcere il suono o a inserirci ritmiche diverse. O almeno mi sembra di ricordare. Indagando scopro che trattasi di Brian Polsgrove della HFH records e che ha collaborato con Warning Sign e con qualche altro progetto embrionale sempre in Michigan. Vedremo cosa combinerà il ragazzo in futuro, che oltretutto ha solo 20 anni.
Nel frattempo ci perdiamo qualcosa, forse gli stessi Warning Sign o i Kvlts, più probabilmente quest'ultimi visto il frastuono che a un certo punto arriva da sotto le nostre suole, ma non possiamo garantire fedelmente ogni nostro passo durante la serata. Peccato, a posteriori, visto che Charlie Draheim è un altro che qualcosa di buono l'ha senz'altro fatto vedere in questi ultimi anni. A molti non frega chiaramente una mazza della musica, è solo una festa come un'altra, questo per dare la cifra di che livello di risonanza abbiano ormai i basement show. Stessa cosa era successa pochi giorni prima a Kalamazoo dove studenti universitari entravano baldanzosi con le loro six-pack, facevano un giro e si allontanavano poi ben presto di fronte all'ondata d'urto. Restavano fuori, in giardino, a bere e a chiacchierare, come un locale qualsiasi.

Certo se era il rumore che cercavo lo trovo in cucina, fra il lavello e lo scolapiatti. E' lì che un misterioso figuro, incappucciato con una hoodie di Luasa Raleon, piazza amplificatore e un Yamaha RS 7000, oggetto che nelle sue mani sembra particolarmente minaccioso. Tutto questo, sia chiaro, non era previsto e il nostro senza prendere contatti ha fatto tutto da solo, è entrato, trovato una presa elettrica disponibile e poi musica maestro! Sta di fatto che partono subito delle basi assordanti su frequenze quasi insostenibili che svuotano in pochi secondi i già rari coraggiosi che si erano avvicinati incuriositi. Restiamo in tre: il tizio che filma, uno sulla porta e di cui si vede solo la testa che gradualmente scompare dietro lo stipite e l'inviato di pillaloo che vuole vedere fino a che punto resisteranno i piatti, i vetri e ogni cosa in preda a quel terremoto di decibel. I fischi emanati dalla macchina si ripercuotono su quelli che sento ripartire dai timpani (dopo avermeli trapassati) e si resta lì solo per vedere fin dove si può arrivare.
A tutt'oggi non siamo ancora riusciti a sapere chi sia l'incappucciato, soprattutto non essendo previsto dall'ipotetico cartellone, ma resterà nel ricordo come una specie di Superman al contrario che, invece di evitare che la metro cada nel vuoto, è alle spalle dell'ultimo vagone a spingere con tutte le sue forze. E mica perché è un sadico: lo fa solo per sentire che rumore farà quando si accartoccerà schiantandosi.

Sul piccolo televisore che si trova davanti al cesso non scorre il presente. Non ci sono notiziari, serials, film, pubblicità. Così come finora abbiamo sentito musiche fatte con strumentazione spesso vintage o che riproduce suoni che la musica industriale faceva con le motoseghe e cianfrusaglie metalliche ormai trent'anni fa, anche questo apparecchio è sintonizzato su un altrove passato. Passano vecchi documentari, video dei Color Me Badd, tutta roba evidentemente facente parte di qualche vecchia, casuale registrazione familiare in cui ognuno ci ficcava quel che più gli piaceva. Il nastro va avanti tutta la sera, poi la notte, nessuno lo sta a guardare.

Si sta facendo tardi. Si deambula, non si cammina. Ci ritroviamo a descrivere a una tizia il video di Atlas dei Battles su cui poco prima la stessa si dimenava senza conoscere nè canzone nè gruppo. Forse dovrebbe essere sempre così. Impugna il collo spezzato di una bottiglia raccolto da terra solo per buttarlo nell'immondizia, cioé un punto a caso di due piani che sembrano una discarica comunale. Non è comunque male vedere la ragazza roteare quella roba tagliente come se fosse una borsetta di Louis Vitton. Le altre case sono praticamente attaccate: c'è un cortile interno in comune, in alto una luce indica presenze umane e da una finestra al piano terra si vede una coppia digitalizzata: lui al cellulare e lei al portatile. Come non si siano ancora lamentati per il casino che proviene da cinque metri più in là resta un mistero. In Italia sarebbe già arrivato l'esercito. Per l'immondizia dico.
A distoglierci è poco dopo un tonfo che sale dalle profondità della terra, seguito da un suono lamentoso e prolungato. Andiamo a dare un'occhiata e, prima di salutare, facciamo ancora in tempo a vedere una parte del concerto di Envenomist. David Reed si è distinto in questi anni per le spirali dark ambient a nome Luasa Raeolon ("The Poison City", fra l'altro, è uscito per l'italiana Eibon) e certo la sua concezione dell'elettronica è piuttosto lugubre e sinistra. Noi, del resto, non chiediamo di meglio, pur non avendolo seguito con la necessaria attenzione, neanche su cd o cassetta che sia. La sua è un'esibizione in cui al centro di tutto è l'atmosfera morbosa, per cui Reed non si agita né si contorce, muove con grande calma e attenzione le sue manopole, regola volumi, senza mai staccare gli occhi dalla strumentazione. Intorno per una volta c'è grande silenzio, qualcuno è seduto sulla scala che porta alla cantina e sporge la testa per vedere meglio l'uomo severo con la maglietta sudata. Quando usciamo si respira meglio. Non è sempre un bene. Soprattutto se è dal punto g che esci.

La storia finisce coi poliziotti con occhiali da sole scurissimi che arrivano e intimano di fare meno rumore, forse annunciano che la festa ora è davvero finita. Ma ormai è tardissimo e in ogni caso a quel punto siamo già lontani. Il buio appena usciti dalla città è molto buio. Lo prendiamo come una promessa.

(la prima e la terza foto sono ancora di Carlo Cravero)

14 maggio 2008

4 maggio 2008

Whispers for Wolves - "Language of the Dards…" (Boring Machines, 2008)

Davvero difficile non pensare alla musicista americana Melissa Moore come a un incrocio fra Diamanda Galas e Richard Bishop (musicalmente dico, se no sarebbe inguardabile). Eppure nei tre lunghi brani che compongono questo “Language of the Dards…” è proprio il fingerpicking del chitarrista dei Sun City Cirls che sembra passare attraverso le mani della Moore, così come la voce umanissima e spettrale che attraversa l’inziale The Collective Darkness non può non ricordare quella di Diamanda Galas. Ma questi sono solo solo gli elementi che più saltano all’occhio di un album ambizioso che sa spostarsi con naturalezza dall’elettro-acustica al folk più visionario (per la cronaca compare anche un oboe nepalese) dando vita a una musica in cui sapersi muovere sembra essere prerogativa di pochi. Sorprende soprattutto la bellezza di un pezzo come Kuu Aari Hassu in cui la chitarra si arrampica all’infinito su un fondale in continuo movimento fatto di rumoraglia e avvistamenti, con un crescendo che viene mozzato improvvisamente dopo dodici minuti di mantra chitarristico. Posta come architrave dell’intero disco questa composizione permette così alle frequenze disturbate della conslusiva The WomanEagle di fungere da semplice coda. La natura rituale, inquietante e ciclica di questo suono lascia senz’altro spazio a ulteriori sperimentazioni, tanto che non meraviglia scoprire che per Melissa la musica è solo una parte di un ampio percorso artistico che include scultura e installazioni. In ogni caso il talento c'è ma sarà dura ritagliarsi un proprio spazio all'interno di una "scena" in cui tutti fanno tutto e pubblicano di tutto e in cui certi suoni sono ormai moneta corrente.

26 aprile 2008

VVAA – Bound To Skin – 5xCD (Skulls Of Heaven, 2007)


A volerlo fortemente c’è sempre il modo di stare dalla parte sbagliata. Anche quando già si parte male. Però se lo si vuole la via per andare anche solo un passo “un po’ più in là”, un po’ oltre la soglia dei buoni, o magari dei già abbastanza cattivi, propositi la si trova.

Il purgatorio della mega-compilazioni di genere è già particolarmente vasto, specie se ci focalizziamo sul macroambito delle musiche freak and weird, dal rumorismo alla psichedelia, dalla drone-music al folk improvvisato. Non sono però molte, in questo ambito, le raccolte che possano dirsi definitive, tanto per cominciare quanto per chiudere e riassumere un percorso d’ascolto privato o un sentire comune di un’epoca. Ritrovarsi di fronte a una di esse è quindi sempre un evento, che necessita anche immediate codificazioni e assunzioni di campo.

Se l’ormai mitizzata “Harmony of the Spheres” rilasciata da Drunken Fish una decina d’anni fa è unanimemente considerata la vera precorritrice delle raccoltone a tema di questi anni, le più rappresentative in ambito sommariamente drone-folk succedutesi nel tempo sono senz’altro state lo splendido triplo vinile “Fron the fruits you shall know the roots” su Time-Lag e il boxettone sestuplo “Invisibile Pyramid” su Last Visibile Dog, per nomi, provenienze geografiche e numeri la raccolta più completa di sempre.

“Bound To Skin” arriva tardi, nel 2007, anno di avvisaglie di riflusso, e per di più esce su Skulls Of Heaven, nuova etichetta-mailorder di Clay Ruby, da Madison County, Tennesse, il leader dei Davenport, fino a un paio d’anni fa band tra le più simboliche della fiorente New Weird America community e poi sparita nel nulla (con Ruby che si barcamena tra Zodiacs e Zodiac Mountain sul versante psych, gruppi ad oggi più morti che vivi, e coi Burial Hex su un inedito versante ambient-industriale). Il quintuplo cd, commissionato nei mesi ottimisti del 2005 a cinque gruppi per disco, è quindi accompagnato da un vago sentore di morte, e per di più contiene una musica sommariamente poco estatica e molto carica di dubbi, sfregi, ruggine e arcane premonizioni, per un senso di incompiutezza delle singole tracce che non celebra un bel niente (come poteva accadere nelle raccolte summenzionate), ma sorveglia con inquietudine un baratro che minaccia di spalancarsi sul vuoto.

Il suono complessivo che emerge da questo nuovo mastodonte è dunque rigorosamente rinnegato e aspro, per nulla addomesticato e a suo modo rabbioso, senz’altro dalla parte sbagliata.

Il disco uno si apre con Tomutonttu, famigerato progetto solista del finnico Jan Anderzen (Kamialliset Ystavat e mille altre cose), che parte molto bene con un ruggito sommesso, presto cesellato da ansimi campionati e pizzichi d’acustica che vanno a sfrigolare in un microdelirio di elettronica analogica fino al tribalismo marziale ebete che si trascina per alcuni minuti e alla chiosa su vagiti rantolanti. Da qui non si più che scendere e ci pensano i professionisti delle immersioni dei fondali catramosi della nuova angoscia moaning, gli Skaters che per l’occasione mettono mano alla loro paccottiglia percussiva più del solito, regalandoci anche un vero colpo di teatro ai 4 minuti: tacciono le voci e partono larghi arpeggi d’acustica fino all’emergere di una voce che pare femminile (ma è probabile che sia un filtro) ad intonare una cantilena che sa di India etnica. Novità assoluta per il duo, ma siamo dalle parti del già sentito (altrove) e dunque forse non è la strada giusta da seguire per il futuro, ammesso che gliene freghi qualcosa. A seguire il veterano inglese Phil Todd col sempiterno progetto Ashtray Navigations. Mai avuto grande passione per l’uomo e posso confermare: nella sostanza fuzz fumoso, colpi di basso che aggiustano il tiro, rado disordine percussivo nello sfondo, finchè non partono tastierine giocattolo e feedback lontani e si va a parare in cavernosità elettroniche ambientali dalla grana grossa, ma costeggiate da piccolissimi dettagli. L’influenza dei Nurse With Wound è sempre avvertibile. Il compilatore si fa vivo a questo punto con gli Zodiac Mountain ed è nebbiosità psichedelica da perdere l’orientamento, non lontana da certe cose dei Burial Hex, guarda caso. Dopo un po’ arriva la chitarra elettrica piena di riverbero e malinconia e si chiude così, in una perdizione che di gioioso ha rimasto ben poco, immaginatela come una versione molto meno furibonda delle ultime cose di Valet. Chiudono i redivivi (ma qui siamo nel 2005) Wooden Wand and the Vanishing Voice con lungo brano fatto di accenni minimi e scorticature elettroacustiche su un fondale impalpabile di elettronica junk (certamente opera di Lucas “Nonhorse” Crane) che cresce progressivamente fino a inghiottire anche quei vaghi sentori di blues che solo antenne molto fini possono captare fin dentro all’angoscioso finale.

Il secondo disco parte in quarta coi Pengo, formidabile e sempre troppo poco noto quartetto (oggi trio) di Rochester, nel nord-est americano. Moats è convulsione rattrappita, ferocia trattenuta che monta sopra un elementare pattern di tastierina elettronica. Nella musica dei Pengo è racchiusa una rabbia tremenda, fatta sfogare a piccoli tratti, secondo una prassi che richiama le maree rumoriste, tutte strappi e calcinacci, dei Dead C. A differenza dei neozelandesi però, qui non è tanto l’afflato metafisico a farla da padrone, ma un’angst terrena e bruciante, i cui contorni psichedelici altro non sono che tremolanti palafitte destinate a cedere. Una band dimenticata, a suo tempo in prima linea nella scuderia 23 Productions (la vecchia etichetta di Clay Ruby) sono i Maths Balance Volumes. Eredi naturali dei Godz, a questo giro i due mettono da parte le scordature acustiche e riversano su disco una sciagurata ipotesi di world-music tutta fiati disgraziati e petulanti, tastiere ondivaghe e spazzatura elettronica. A quattro minuti parte una scalcinatissima march-band che risolleva non poco le sorti dell’ascoltatore. La palla passa poi ai Brothers Of The Occult Sisterhood, band capofila dell’emergente movimento promitivista australiano (chiedete ai tipi della Siltbreeze). Di norma non ci perdo la testa, ma il gruppo ha la bella pensata di limitare l’istinto troglodita e il volume per rabberciare un blues-rock narcotico e drogato non poco, parecchio in linea con un’estetica rock classica, non fosse per l’esiguità dei mezzi e la pochezza strumentale. E’ poi la volta di White Dog, primo autentico sconosciuto del lotto. Il brano è particolarmente debitore dello stato d’animo di chi ascolta: se va male è un’inutile esposizione di feedback appena udibili con qualche gorgoglio elettronico e sparse note di basso e chitarra ogni qualche minuto. Diversamente, se ascoltato nella migliore predisposizione, parla la stessa lingua delle più belle ed epiche code chitarristiche dei Sonic Youth di metà anni ’80. Prendere o lasciare. C’è ancora il tempo, poi, per Armpit, la creatura di Clayton Noone, eterna promessa inesplosa della scuola neozelandese. Si parte bene con un drone oscillante su cui si innestano sbilenchi colpi di chitarra e tastiera, finchè un farraginoso feedback granuloso non inghiotte tutto contorcendosi stancamente fino alla fine, in uno spegnimento rimandato più volte (il brano di chiama “Grunge King” se volete farvi l’idea del tipo di suono).

Aprono le danze del terzo disco Fursaxa & Zaimph, ossia Tara Burke e Marcia Bassett (Double Leopard, Hototogisu, GHQ) che una decina d’anni fa suonavano insieme a nome Un (un buon lp su Siltbreeze per loro). Il brano unisce perfettamente le abilità delle due: vocalizzi allungatissimi a effetto doppler percorsi da epiche traiettorie di chitarra slegata e siderale con una tendenza al lento crescendo dei decibel. Dopo di loro è la volta di Axolotl con un brano tra i più statici del lotto, una tappezzeria ambient che nel dna porta del stimmate di un noise gorgogliante ridotto a ferrea stabilità dronica, sulla linea dell’acclamato “Telesma”, disco tutto sommato di svolta per il buon Karl Bauer. A seguire c’è Astral Social Club, ossia l’altro veterano inglese Neil Campbell. Il brano ha una sua originalità: sirene vocali in un andirivieni narcolettico con timide sovrapposizioni, sotto la cui coltre si agitano piccoli rumori molesti, come petardi scoppiettanti. Ai 5 minuti parte una bordata di liquido power-noise, decisamente gratuita, che conduce a un finale di sordi drones in libera uscita. I lanciati Excepter fanno poi capire di essere ormai ben poco interessati alla comunanza di intenti col resto della comunità freak. Il loro brano è chiaramente uno scarto svogliato, un pezzo su cui si potrebbe anche lavorare, ma lasciato a se stesso: in pratica la ripetizione ad libitum di un semplicissimo pattern di tastierina e basso, con qualche intromissione di oscillatori e colpetti legnosi nel finale. Ok l’alienazione e il senso di straniamento, ma si poteva anche non partecipare, eh. Chiude lo sconosciuto PW Best con un’inquietante folata di organi (il suono è più freddo e ispido ma in qualche modo può ricordare, per chi la conosce, la ost del film “Carnival Of Souls”, uscita su Birdman una decina d’anni fa) che si concretizza poi in minimal music sinfonica abbastanza vicina a quella di Jon Gibson, solo con un dna più incline allo sfregio, ma il taglio è davvero quasi accademico.

Si riparte dalla Finlandia nel quarto disco, introdotto da Uton che ci regala la consueta immersione nei foschi scenari delle misteriose foreste nordiche. Brano senza particolari scossoni, ma le variazioni comunque ci sono, assai atmosferico e sicuramente riuscito. Si lega piuttosto bene l’oleoso e oscillante drone tastieristico dei Watersports, che in pratica sono i Blues Control qualche anno prima. Il suono è piuttosto pulito e ben definito e il lavoro è comunque efficace e svolto con una certa attenzione. A seguire il chitarrista Anla Courtis, collaboratore pressoché di chiunque in ambito impro-weird-noise, alle prese con un brano per strumento a corda (si direbbe più un koto che una chitarra) vicino ad estetiche orientali, disarticolato e ammaliante, percorso da mille fremiti tenuti sempre sotto controllo. Altri perfetti ignoti sono i Pan To Scratch, che propongono un brano di quasi inudibile concrete musique, più vicino a Bernard Gunther che non alla scuola del weird-noise odierno (ma val la pena ricordare come il suono dei Davenport, la band del compilatore Clay Ruby, nel suo ostinato riduzionismo lo-fi desse sempre l’impressione di flirtare con la musica concreta). I soliti grilli sullo sfondo, qualche colpo, rumori casalinghi, stridori che assumono vesti da drone accennato, qualche reminiscenza vaga e grossolana di certe cose giovanili di Dean Roberts e Taku Sugimoto. Un suo fascino ce l’ha. Paradossalmente annoia più in fretta il gamelan senza troppe idee dei Taikuri Tali, titolari anche di un cd nel 2005. Qui le carenze compositive sono squalificanti, peccato perché l’idea delle percussioni metalliche nella compilation non l’aveva avuta nessuno e poi verso la fine, con gli oscillatori e il canto rituale, le cose un po’ si rimediano.

Il pezzo più noise dell’intera raccolta, chitarra cartavetrata, batteria marziale e sentori Melvins / Anphetamine Reptile arrivano all’inizio dell’ultimo disco, con Wolfskull, pseudonimo sotto il quale si cela di nuovo Clayton Noone / Armpit nel suo progetto più incline al metal. Ancora una volta si parte bene, l’attitudine depressa e vagamente shoegazer che pervade il brano ne alleggerisce il pachidermico impatto, ma poi il limite è in una scarsa capacità di gestire le idee nel seguito. Gli United Bible Studies distillano sottili singulti di tastiera e voci femminili sull’orlo del feedback per poi accrescere, pregevolmente, il tasso di rumorismo in un brano che complessivamente ricorda da vicino una versione lievemente più sofisticata (ammesso che l’aggettivo abbia senso nell’ambito) della proposta musicale delle Pocahaunted. Seguono i sorprendenti Kyrgyz, scompiglio sghembo di basso-chitarra-batteria con vaghe suggestioni orientaleggianti da quattro soldi, che mantiene un controllo sorprendente (vi immaginare un tentativo molto riuscito di ricondurre all’ordine le pulsioni centripete dei Fat Worm Of Error?) con un crescendo di tensione suggerito dal basso e parecchie planate distensive da cui si riparte con la baruffa. Si scopre poi che si tratta di un supertrio: Tom Carter, Lore Chasse e Robert Horton, con all’attivo un interessante (ma a naso non altrettanto bello) cd su Digitalis. Veri sconosciuti sono poi i Navy Black, anche qui sul filo dell’imperscrutabile. In pratica sgarbate pennellate di granuloso suono microfonico (immagino partano da un microfono a contatto) che si esercita in un bambinesco action painting sonoro sul panno bianco del silenzio. Infine arriva l’elettronica analogica dei Clixcx, scarabocchi da meccano sonico con qualche sbilenca apertura spacey, che chiudono nel più interlocutorio dei modi una raccolta sfuggente e per questo davvero preziosa.

15 aprile 2008

UN PO' DI ROBA DELLA ABANDON SHIP

Le cose da fare, al contrario dei soldi, si accumulano anche qui. Parleremo presto delle cassette di Slasher's Risk, Saints e Nonhorse, uscite sempre per l'interessante Abandon Ship Records di Nate Rulli, ma per ora occupiamoci di questi tre dischetti . Il formato è quello classico, un agile 3" che ormai potete trovare un po' ovunque, primi fra tutti i tipi della Chondritic Sound che da anni ne hanno fatto un marchio di fabbrica. La decisione più saggia in questi casi è cominciare dalla cosa meno rumorosa fino ad arrivare a quella più deragliante e quindi i primi a cadere sotto i colpi del dio Pillaloo sono senz'altro i Nessmuk. Il progetto di Kevin Moist (il sito recita più o meno: già coinvolto con Clever Spots e Evening Fires, e qui coadiuvato da due altri loschi figuri che si firmano solo con le iniziali) è di stampo essenzialmente chitarristico. Qualche buono spunto lo ritroviamo nei crescendo di Station Signals e Everything Living Glows, a cavallo di riverberi, suoni manipolati e sovrapposizioni. Ammetto che non mi viene in mente molto altro da dire perché i tre pezzi in questione parlano chiarissimo. Per ora niente di eclatante quindi, soprattutto se non siete appassionati del genere o siete cresciuti a pane e Malmsteen.
Meglio affidarsi alle chitarre vere e proprie (o sarà il solito basso camuffato da sei corde?) e passare ai The Pope che tirano fuori senz'altro un bel titolo - "Do You Wanna Boogie?" - ma anche una serie di canzoni che profumano di Lightning Bolt come pochi. Niente di male naturalmente, anzi, ma anche niente di originale e non ci si lamenti che per parlare di loro si debba tirare fuori il nome del gruppo di Providence: i ritmi sparatissimi, la vocina cantilenante (proprio quella voce lì) e le schegge di follia noise-rock non lasciano adito a dubbi. Il tutto per neanche undici minuti. Senza contare che i primi quattro pezzi sono praticamente identici, un calco uno a uno di sé stessi, con l'unica variazione per Grandma's Mountain Boogie che ha tempi leggermente più dilatati e tenta qualche variazione formale. Bisogna comunque indagare sul duo Brian Watson & Paul Kneejie, visto che loro materiale si trova, oltre che sulla Kill Shaman dello stesso Kneejie, anche su Satellite City, Pacific Rock, Rococo e Wantage USA.
Finiamo in bellezza con "Live in Paris" dei Gang Wizard: contiene un unico brano di diciotto minuti, che non ho la più pallida idea di quale sia, ma fa decisamente il suo sporco dovere. Il gruppo capitanato da Brian Miller si è costruito negli anni una fama più che giustificata e questo dischetto merita di essere annoverato fra le prove migliori di una discografia nutritissima, merito ancora maggior se si pensa appunto che di semplice registrazione live si tratta. Qui in formazione a sei i Gang Wizard danno vita di volta in volta ad accartocciamenti no-wave, noise car crash, allunghi free e sospensioni elettroniche in un caleidoscopio che gira senza lasciare scampo all'ascoltatore. Scordate i nomi di altre band che vengono associate di solito ai Gang Wizard perché in certi casi è inutile fare il censimento delle influenze di un gruppo: gira e rigira l'unica cosa che conta è quello che esce fuori dalle casse e non da dove arriva.

5 aprile 2008

Prof. Bad Trip in Second Life

Il 2006 è stato un anno a dir poco tragico per le controculture. A stretto giro se ne sono andati personaggi che hanno lasciato un segno indelebile nel modo di pensare "l'arte" qui in Italia, ai quali anche noi di Pillaloo dobbiamo più di qualcosa. Dall'editore, mail artista, graphic designer, "cospirazionista" blissettiano (e molto altro) Piermario Ciani, al saggista e storico dei movimenti giovanili Valerio Marchi, passando per Roberto Bozzetti (aka Dj Pappa Rodriguez).
Un'ecatombe che ahinoi ha colpito anche il povero Gianluca Lerici, conoscito ai più come Prof. Bad Trip.
Chi è stato Bad Trip? Beh, se siete su Pillaloo dovete per forza saperlo, in caso contrario correte a casa a studiare prima che m'incazzi.
Dunque (giusto per quei quattro gatti che scendono dal pero) Bad Trip è stato l'artista visuale più rivoluzionario, degli anni '80, qui da noi. "Si è cimentato ad alto livello con il disegno a china, la pittura, il fumetto, la fotocopia, il collage, il design di interni e di oggetti, e ha diffuso i suoi segni su qualsiasi tipo di supporto: cartoncino, gesso, plastica, Lego, metallo, legno, giubbotti e borse di pelle, muri, televisioni, frigoriferi e molto altro ancora.
Ha avuto a che fare col punk e le fanzine, la mail-art, i fumettisti radicali americani (Crumb, Coleman, Williams), le allucinazioni creative, la cybercultura.
I suoi distopici soggetti, ispirati da W.S. Burroughs e J.G. Ballard, sono freak futuribili, ex umani, forze del disordine, scenari e panorami di una Terra mutata e dai colori lisergici.
Gran parte della sua produzione si è concentrata sulla pittura acrilica su tela con bombe cromatiche a effetto tridimensionale
. "

Capito?
Allora mi pareva il minimo segnalare questa bella iniziativa - che accompagna l'uscita del libro "L'arte del Prof. Bad Trip", per i tipi della Shake - ovvero la mostra organizzata da E. “Gomma” Guarneri e Idearium.org all'interno di Second Life.
Il 25 febbraio si è tenuta la visita guidata (dall'avatar Gomma Chaplin) alle "100 opere virtuali" di Bad Trip, ma ovviamente la mostra è tutt'ora disponibile, e se conoscete il sistema in questione andatela a vedere, perchè ne vale la pena.
La location è organizzata su più livelli, e servendosi di quell'armamentario semantico-visuale caratteristico della cività post-industriale, riesce nell'affrescare un'ambientazione da street culture anni '80. Ed è curioso osservare le opere di uno dei massimi teorici visuali del cyberspazio in un ambiente virtuale.
Vabbè insomma, poche parole e poco altro per decrivere l'iniziativa, perchè nonostante l'utilizzo di un sistema per certi versi discutibile (Second Life), mi sono quasi commosso a rivedere dopo tanti anni l'arte di questo straordinario personaggio. Lunga vita Prof. Bad Trip.

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Chi ne ha la possibilità, può visitare la mostra alla Decoder Island, che si trova a quest'indirizzo (slurl): http://slurl.com/secondlife/Decoder/118/221/25

20 marzo 2008

12 AGOSTO 2007 + KALAMAZOO + RED ROOM= A GONZO REPORT

Un giorno il dio pillallo mi spedì a Kalamazoo. Disse che là c'era del gran rock'n'roll e che insomma non facessi tante storie. Il fatto è che a Kalamazoo c'ero già passato una volta, in treno, e l'unica cosa che ricordavo davvero era solo una gran massa di niente e della ruggine che sembrava essersi posata un po' ovunque. Quindi non è che proprio smaniassi dalla voglia di tornarci. Il dio pillaloo però è uno di poche parole: aveva accennato vagamente a una "red room" e poi si era volatilizzato sulle note di "This Is Folk Music" di Mudboy. Per quel che ne sapevo avrei potuto trovarci anche il nano di Twin Peaks, nella Red Room. Ma le vie del signore sono infinite e come per incanto ci troviamo a metà agosto lontani da spiagge, beach volley e culi. Siamo invece precisamente al 611 di Oak Street, classica via moribonda di un posto già morto da tempo e sede della prestigiosa "Alternative High School" su cui c'interrogheremo a lungo (che s'insegnerà? quanto durano le vacanze? perché siamo ormai troppo vecchi per iscriverci?). A darci il benvenuto davanti casa c'è un bel divano carbonizzato, file di case deserte, più in là negozi chiusi che per mangiare siamo dovuti andare a cercare l'unico posto aperto: una pizzeria. Da asporto. Sappiatelo: la pizza americana è il vero noise, una delle piaghe d'egitto che il dio pillaloo ha mandato chissà quando sul Michigan e che. a posteriori, spiega molte cose sulle musiche che si possono ascoltare da quelle parti. Quando Mosè ha attraversato il deserto col popolo eletto se dal cielo invece che manna fosse piovuta la pizza americana la bibbia sarebbe finita lì. Comunque ad aspettarci al nostro ritorno ci sono Miles Haney (Evenings/Tapeworm Tapes/Wigwam) che è anche il padrone di casa e Josh Bertram degli Our Brother the Native. Apprendiamo quindi che la Red Room non è un locale nè una vineria e purtroppo neanche uno stripclub. E' come tutte le altre cantine viste fino a quel momento, e cioè il classico posto dove puoi sgozzare qualcuno in tutta comodità e poi magari farti anche una birra fresca. Anzi c'è pure un tavolo apposito con su scritto "MURDER" come in quei cartelloni in cui si dice "voi siete qui..." il cui corollario in questo caso è "... e ora sono cazzi vostri". Ridacchiamo ma intanto cominciamo a guardarci le spalle. Dispiace sopravvivere alla pizza americana per poi finire a fettine in una cantina. Al piano di sopra si scratcha su un disco degli AC/DC e fa bella vista di sé un posterone dei Misfits. Le stanze profumano intensamente di epatite c. Dando un'ulteriore occhiata in giro intuiamo anche perché la cantina si chiama "red room", ma l'effetto è amplificato dal momento che anche le lampadine che pendono dal soffitto sono rosse.

Quando gli Our Brother The Native cominciano a suonare cala ulteriormente il buio perché alla sinistra del "palco", sul solito lenzuolo, vengono proiettate immagini di vecchi 8mm, quello che sembra una specie di ritrovo familiare di chissà quanti anni fa, immagini sgranate che si sovrappongono alla suggestiva musica evocata dal duo, entrambi davanti alle loro macchine di cui intravedo solo display luminosi. Si staglia a malapena la silhouette di Josh che comincia a disegnare qualche pattern sfocato su cui scivola il classico gorgheggio ultraterreno alla Sigur Ros. Poco più in là, nel buio più profondo, arranca Bill Salas impegnato a dare spessore ritmico ai loop di voce e chitarra creati da Josh. Il pubblico - che è il solito misto di nerd, scenester, suicide girls e gente capitata lì per caso - sembra apprezzare, al di là del fatto che semo tutti amici e Josh giochi pure in casa essendo cresciuto qui. L'atmosfera continuamente sospesa rischia di annegare le intuizioni che pure ci sono e che si affacciano volentieri in mezzo a flussi e riverberi. L'esibizione in effetti ha mostrato entrambe le facce della medaglia: da un lato le potenzialità di un "suono" ancora prima che di una musica, e dall'altro il rischio di perdersi da un momento all'altro. Sarebbe utile a questo punto andarsi ad ascoltare il cd appena uscito per la Fat Cat, "Make Amends, For We Are Merely Vessels".

Ma intanto stasera abbiamo l'occasione di goderci una fetta di Brooklyn con ben tre gruppi emergenti della scena. Il buon Bill Salas infatti fa appena in tempo a ricomporsi che già tocca di nuovo a lui che si sistema dietro le pelli e dietro una batteria elettronica. E' la volta infatti dei These Are Powers, gruppo di Pat Noecker, ex bassista dei Liars , e che potrebbe darci un po' di quel rock'n'roll per cui siamo venuti fin qui. A completare il trio c'è l'orgonica Anna Barie, chitarra, voce e campanaccio. Allora: non fanno South Haven dal loro primo ep e me ne faccio una ragione, ma in compenso c'è tutto quella che una cosa chiamata "ghost punk" può regalare. Tanto perché non vi ammazziate a cercare che cosa sia il ghost punk chiariamo subito che non esiste neanche come sottogenere, è una definizione inventata dal gruppo che vuol dire più o meno che fanno un post-punk scuretto, poca melodia e tanta voglia di costruire dei pezzi in grado di restare in piedi da soli. Ok, non credo di aver chiarito le idee. Giudicate voi. In ogni caso un po' spettrale è senz'altro Pat, l'ombroso bassista che probabilmente è stato cacciato dai Liars perché non rideva alle loro barzellette, in trance mistica quando canta e un tutt'uno con lo strumento che tira giù bordate non da poco, specie se poi lo fa sfrigolare contro le casse. Sintesi riuscita della loudness del noise-rock e delle strutture ritmiche del post-punk (aggiornate per di più grazie alle macchine di Salas) la musica dei These Are Powers al momento non dice niente di nuovo ma riesce a essere tremendamente catchy, anche quando sprofonda nel già sentito dei Sonic Youth in un giorno di pioggia. Non meraviglia quindi scoprire che è proprio verso una maggior apertura del suono che stanno lavorando, in una versione meno esagerata del disco-punk. C'è un nuovo ep in uscita per la Hoss che potrebbe dirci qualcosa di più in merito. Dal vivo è Anna la vera frontman, capelli, gambe e tutto quanto, con la voce che urla più del campanaccio, la chitarra minacciosa e adescante. I tre sono sistemati nel verso più lungo in una Red Room sempre meno red e dove il tasso alcolico comincia gradatamente a salire. E' il momento che, sulle note sospese e allucinanti di Makes Visible e per quell'empatia che solo il rock'n'roll, l'alcol e i soldi sanno creare, cominceresti ad abbrancare qualcuno fra il pubblico. Ma è una fortuna invece aver tenuto le mani a posto: quando si riaccendono le luci i ragazzi hanno i capelli lunghi e le ragazze i capelli corti.
Che le cose musicalmente continuino a essere serie ce lo dice Hisham (Akira) Bharoocha che si sistema dietro una doppia batteria, tradizionale ed elettronica, per dare vita alla sua creatura Soft Circle. Transfugo dai Black Dice dai tempi di "Beaches and Canyons" il nostro sembra ricominciare il discorso proprio da quell'album in versione anche più estatica. Progetto solista a tutti gli effetti Hisham alterna vocalizzi, prontamente rilanciati in loop, e una texture minimale e ripetitiva alla solita gragnuola di colpi sulle pelli. I pezzi da Ascend in poi vengono snocciolati e sbriciolati più o meno tutti quanti, e se da un lato sono perfettamente aderenti agli originali dall'altro suonano molto più vivi e dinamici. Il misticismo dell'insieme viene spazzato via dalla batteria che a momenti cammina da sola, tanto che comincio seriamente a preoccuparmi quando il solito Bill - che è proprio davanti a me - si tappa le orecchie. A conti fatti è il musicista più noto e con più esperienza e devo dire che si sente. Resta da vedere che combinerà d'ora in poi ma restiamo fiduciosi. Il pubblico va e viene, i solito quattro gatti, qualcuno in più forse, del nano di Twin Peaks ancora nessuna traccia ma so che prima o poi si farà vedere, magari al prossimo concerto, camicia rossa e tutto quanto.

E rosso-arancione è la copertina dell'ep degli High Places che arraffo subito dopo il concerto per pochi dollari per saperne di più su questo duo che solo ora comincia a far parlare di sè. Coppietta tanto innamorata quanto affiatata quella di Mary Pearson e Rob Barber che fra sguardi languidi, campionamenti, percussioni metalliche e melodie che si arrampicano su dei stranianti ritornelli pop fanno la loro sporca parte. Anche in questo caso dal vivo le canzoni suonano molto meglio che sull'ep dove sembra tutto più scolorito. La voce di Mary è innocente e sognante ma qui suona molto più "vera" e storta, e anche Rob si da un gran da fare con macchine e percussioni, fra improvvisi richiami new-wave e alla psichedelia del giro Animal Collective. L'effetto comunque è molto meno arty di quanto sembri, anzi è la cosa più vicina all'indie della serata che forse era giusto che si chiudesse con un po' più di leggerezza. Per dire: se su disco i glitch avrebbero eventualmente avuto un senso qui sarebbero stati schiacciati dal resto. Non male e da risentire anche se obiettivamente il meglio l'han fatto vedere These Are Powers e Soft Circle. Fa quasi tenerezza alla fine la scena di tutti e quattro i gruppi dietro il banchetto che un po' imbarazzati aspettano che qualcuno li ripaghi di tanto sbattimento, prima di caricare di nuovo il furgone e ripartire per la prossima destinazione. Debosciati american guys che non siete altro... già siete entrati gratis non fatevi pregare e compratevi almeno qualche cd. "Chi ha il pane non ha i denti" dicevano i nostri vecchi. Ma mi consola il fatto che tuttora molti di loro debbano fare i conti con l'epatite c.

(la prima e l'ultima foto - le più belle insomma - sono di carlo cravero)

19 marzo 2008

Natural Snow Buildings - "Laurie Bird" (Students Of Decay, 2008)

La (non) scena weird è qualcosa di sotterraneo quasi per definizione. Nonostante l’information overload dell’internet era, di segreti nascosti, promesse non mantenute, culti clandestini se ne trovano a vagonate, basta cercarli. Anzi, tra qualche anno, quando il naturale processo di storicizzazione illuminerà, presumibilmente, di una luce nuova quest’indefinibile periodo, non è improbabile (anzi è sicuro) s’incorra nelle “ire moralizzatrici” del consueto saputello revisionista, che senza tener conto del contesto, pontificherà su ciò che non è stato debitamente tenuto in considerazione. Ma un po’ di sospensione dal giudizio? O se volete di sano relativismo? Eh si, costoro ne sono solitamente sprovvisti.

Vabbè, polemiche a parte, veniamo al core del discorso: Natural Snow Buildings.
Allora, a scanso di possibili future mistificazioni è bene parlare (e parlare bene) dei Natural Snow Buildings, misterioso duo francese che è stato capace di forgiare, nell’arco di una manciata di dischi, tra le musiche più stupefacenti degli ultimi tempi.
Si chiamano Mehdi Ameziane and Solange Gularte, e sono fautori di free folk psichedelico e sognante - ma anche oscuro e tribale - di altissima classe. Non nego siano tra i miei ascolti obbligati in questo periodo. Si perchè questa musica è una spirale psichedelica praticamente senza via d’uscita, talmente maestosa che t’irretisce all’istante, anzi quasi ti costringe all’ascolto ripetuto.
In verità, pur mantenendo inalterate queste caratteristiche di fondo, i tre dischi giunti finora al mio orecchio sono abbastanza diversi tra loro. “Ghost Folks” del 2003 era un esordio - ok, pare ci siano un paio di cassettine addirittura precedenti, ma sono realmente introvabili - acerbo ma già tremendamente affascinante, a metà strada tra certo post rock di fine anni ’90 e la prima ondata new weird. Ecco, “Ghost Folks” mi ricorda molto i Mirza Steven Smith e Glenn Donaldson, personaggi fondamentali, questi, per la “costruzione” dell’estetica new weird con il collettivo/etichetta Jewelled Antler. “The Dance Of The Moon And The Sun” del 2006 è un capolavoro. Si, avete ragione il termine in questione oltre ad essere abusato, ha subito svariate derive di senso ultimamente, però non saprei come altrimenti definire questo maestoso doppio album di free folk visionario e fuori dal mondo. Immaginate un impasto di Popol Vuh, Pearls Before Swine, Malicorne, Comus, Ariel Kalma, Emitidi, Witthuser & Westrupp, Deuter, new age malata e non so cos’altro, in un suono un estatico e oppressivo al contempo, pregno di una spiritualità pagana degna dei migliori sacerdoti dell’occulto.

Quindi questo “Laurie Bird” che sposta il limite ancor di più, se possibile. Iniziamo con dire che l’album è dedicato a Laurie Bird, meteora del firmamento cinematografico americano. Interprete di una manciata di film e poco altro, la Bird si suicidò appena venticinquenne nell’appartamento newyorkese del boyfriend Art Garfunkel, il quale ebbe poi a dedicarle il buon “Scissors Cut”.
Dicevamo di un album ancora diverso; Natural Snow Buildings, infatti, qui mollano definitivamente gli ormeggi e si gettano a capofitto nella Kosmische Musik più estatica (e anche radioattiva) che possiate ascoltare di questi tempi, tra gli Ash Ra Tempel di “Join Inn”, il Sergious Golowin “Lord Krishna Von Goloka’ e i White Rainbow di “Prism Of The Eternal Now”
Musica che però va oltre lo sballo freakedelico e anche oltre la semplice trance estatica. Prendete la prima traccia, “Song For Laurie Bird”; insomma sono quarantasei minuti di fascioni che si susseguono e si avviluppano, a formare una cappa dronica di rumori morfinici e traslucidi. E’ quasi un suono trasparente, che invade l’etere, e che se ne impossessa senza colpo ferire. Sembra riesca a saturare lo spazio d’ascolto, inghiottendo come un buco nero, qualsiasi altro significante sonoro alberghi nei paraggi.
Suoni dal quarto, quinto, sesto mondo o non so cosa nella successiva “Cockmotherfighting” colma d’un tribalismo che sconquassa e che ricorda in qualche modo il folk campagnolo, ma fortemente contaminato (di diossina), dei Big Blood. Per chiudere in gloria con il bellissimo salmodiare proto dhrupad di “Orisha’s Laments”,

E non è finita per il 2008. Pare infatti sia già in rampa di lancia un’ulteriore uscita dal titolo “Slayer Of The King Of Hell”, oltre alla ristampa delle vecchie cose. Il tutto a cura di Digitalis Industries e Students Of Decay.
Ecco, giusto per insaporire ancor di più la portata, sappiate che i due sono titolari di un paio di progetti in solo di tutto rispetto: TwinSisterMoon (Mehdi Ameziane ) e Isengrind (Solange Gularte). Be’, anche qui se ne potrebbe parlare all’infinito, e non è detto che non lo si faccia, voi intanto iniziate a preparare le valige e a salutare gli amici, che con Natural Snow Buildings si parte per un viaggio probabilmente senza ritorno.