25 aprile 2010

VIDEO SADNESS



20 marzo 2010

Wretched Worst
Steet Fire (Smooth Tapes)
Sickening Ship (Rampart Tapes)

Il bello dei supergruppi è che puoi fare lo sborone e dire chi suonava cosa e in che gruppo (senza contare che con google siamo tutti bravi, ora...) ma in questo caso particolare non ce ne sarebbe particolarmente bisogno. I Wretched Worst infatti sono di Lexington, KY, e per chi gira da queste parti dovrebbe subito suonare un campanellino - o a scelta un feedback lancinante - nella testa. Nonostante tutto da bravi scribacchini annotiamo: innanzitutto Matt Minter alla voce e Daryl Cook/Walter Carson alla chitarra e aggeggi elettronici, il primo ex membro degli Hair Police e il secondo loro collaboratore e con carriera solista avviata; poi Ben Allen alla batteria che, oltre a essere un personaggio del "Circolo Pickwick" di Dickens, suona(va) nei Cadaver in Drag e nei Caves e, infine, Thad Watson al basso che oltre a portare avanti i suoi Kraken Fury ha fatto qualche danno anche nei Warmer Milks.
Fatte le presentazioni non resta che lasciarci dissanguare dalla musica dei Wretched Worst... Immagino che a Lexington si facciano anche cose normali, come andare a comprare il pane o bersi una birra al pub, ma comunque solo dopo essersi trovati in sala prove a massacrare la strumentazione a disposizione. "Street Fire" è un unico pezzo di circa un quarto d'ora fra le urla disarticolate di Miner e l'accozzaglia noise creata dagli altri tre, fra un drumming primitivo e uno scontro a fuoco fra corde di basso/chitarra e deraglianti electronics. Più che a una jam-session sembra di farsi tutto un tunnel a bordo di una macchina che va a pezzi un po' alla volta, magari durante un meritato week-end di relax dopo stressante settimana lavorativa... Questa è sì musica free-form ma ha un peso specifico che gli impedisce di spingersi troppo oltre nella sperimentazione, come se la violenza di fondo, la psicosi, avesse comunque bisogno di qualche punto d'appoggio.
Ancora più morboso "Sickening Ship" dove capita che non si sappia da dove iniziare per tentare un'analisi di qualche tipo. Non è che puoi stare là a cercare di dissezionare i lavori dei singoli quando ti trovi di fronte a una specie di blob, ovviamente minaccioso e deforme. Al di là dell'artwork un po' degli Hair Police ce lo possiamo trovare, non solo quel feeling "qualcosa di terribile sta per accadere e saranno cazzi amari" ma anche qualche inquieta scheggia rumoristica. Non bisogna però insistere troppo con le analogie perché si vede che il gruppo cerca di essere qualcosa di più di un progetto estemporaneo, aprendosi verso registri differenti ma ugualmente dissonanti ed estremi, dal grind allo sludge (ascoltarsi la tortura di Hatred Bound).
Non che sul secondo lato della cassetta le cose migliorino di molto, anzi sono le lente bordate noise a tenere banco, tanto che non ci sono più dubbi che questa "sickening ship" sia destinata a naufragare fra atroci sofferenze. Non so se c'è un testo per l'imponente Two Million Heads e che cosa dica, ma il messaggio è chiaro per tutto l'equipaggio. Gli amatori si godranno lo spettacolo dalla costa.

p.s. chiedere a Rampart e Smooth.

7 novembre 2009

Pukers - Born in the U.S.A. (Gel)

Fuori c'è un tempo da schifo e la stanza non è che stia messa meglio. Parliamo allora di una delle cassette più scassate ascoltate negli ultimi mesi. Ci eravamo persi di vista dai tempi di "Beach Cop" uscito per NNF un paio di anni fa, e ascoltare "Born in the U.S.A." è stato come rincontrare una tizia che ti ricordavi fosse più cessa e invece. Come avevi potuto dimenticare quel sorriso meraviglioso, intendo quello disegnato sulla maglietta da cui ora premono delle tette che proprio non ti erano sembrate ai tempi? (Altra ipotesi: due anni fa era ancora minorenne e ora sei in un mare di guai). Dicevamo. I Pukers sono un duo (Andy Spore e Olga Balema) originario dell'Iowa e ora di stanza a Los Angeles, sono adorabili e non finiranno mai in nessuna playlist. Suonano una specie di noise-rock strascicato e improvvisato in cui tutto sembra messo lì a caso e forse lo è davvero. La produzione in bassa fedeltà ve la potete immaginare. Il bello è però che ci costruiscono intorno delle vere canzoni, sia che si ricordino degli Harry Pussy (che restano un costante punto di riferimento, vedi Weed Hound) sia che vadano per conto loro (The Meal is Warm), sia ancora che ci delizino con una cover ubriachissima di Yesterday (Beatles, sì - voglio vederla nella prossima edizione di Guitar Hero, altrochè).
Mi piacerebbe sbilanciarmi un po' di più, citare no wave e qualche nome grosso, alto, per nobilitare i nostri amici Pukers ma in questo caso specifico per una volta sarebbe sviare l'attenzione dalla musica e creare chissà quale aspettative. Questa è purissima musica di merda e va ascoltata come tale, godendosela per chi sa e chi può, pur senza sminuirla troppo perché quest'anno ho ascoltato dischi interi ben peggiori, e non parlo solo di noise. Qui dentro c'è psicosi pura ma anche ironia, a partire dal titolo e dalla copertina rubacchiati al Boss. In una giornata come questa sinceramente non posso chiedere di meglio.

p.s. scrivere a: gel.inquiry@gmail.com

1 ottobre 2009

Rusted Shut - Dead (Load)

Non esattamente prolifici i Rusted Shut che in più di vent’anni di carriera hanno partorito un paio di album (il primo per la Emperor Jones e questo per la rediviva Load), un singolo e un EP. Detto questo, e vista la longevità del gruppo, fare qualsiasi nome vorrebbe dire parlare in teoria di gruppi venuti dopo, per cui concentriamoci solo sulla musica. E cioè un noise-rock putrido e sfasciatissimo (molto più sfasciato di quello presente nel precedente “Rehab”) che lascia davvero poco spazio ad altro: un suono soffocante, la percezione di una valanga che viene giù al rallentatore ma intanto senti gli alberi saltare via, i tetti sbriciolarsi, qualcuno che urla… Un disco che si potrebbe definire anche “bello” se non fosse che bello è forse un aggettivo che poco si addice a canzoni come Slaughter Slaughter, Bring Out Your Head, Intellect o Heart of Hell. Quando la musica non è oppressa da una cappa di fischi, volumi fuori fase e riff ronzanti si sente una voce declamatoria che ricorda un po’ l’hardcore più trucido e un po’ il power electronics, e i testi me li posso anche immaginare. Nel genere il gruppo texano (il Texas, ricordate? Scratch Acid, Butthole Surfers, Cherubs...) ha partorito fra le cose migliori che ci sono in giro e che, anche come attitudine lo-fi, si mangia tanto shitgaze caciarone, riportandoci ai fasti delle uscite più belluine e caotiche di etichette storiche come Trance Syndacate e Charnel Music. Ovviamente da promuovere e supportare e ovviamente destinato presto allo scaffale dell’usato.

20 settembre 2009

questa era troppo pillaloo per non inserirla (soprattutto se avete presente i Sword Heaven)

direttametne dal sito della deathbomb arc:

Dear friend and drummer for Sword Heaven (America's greatest metal band), Aaron Hibbs, has expanded his efforts towards being the most amazing person alive. This time through the ancient art of hula hooping! He is currently on day 2 of an attempt to get into the Guinness Book of World Records for longest time hula hooping. His goal? 120 hours!!! Being done all in official capacity, with round the clock nurses and witnesses on hand, you can watch him obtain this amazing goal on a live stream at: http://www.hoopforever.com/video.html

6 settembre 2009

BALLADRY, le fanzine e la bolla weirdo che scoppia

E', questo, il secondo numero di una fanzine di suo abbastanza interessante ma che ci dà anche la possibilità di affrontare altre questioni. Varrebbe la pena parlarne solo per il fatto che Balladry NON è una webzine ma quel simpatico ammasso di carta e inchiostro che, una volta, era il veicolo privilegiato per sapere le cose meglio (e a volte prima) dei magazine ufficiali. Soprattutto dopo gli anni '90, infatti, con l'avvento di internet con tutto quel che ne è conseguito, le fanzine hanno avuto sempre meno spazio e meno voce in capitolo. Ma senza mollare del tutto la presa sull'underground, testimoniando anzi l'inevitabile cortocircuito che si crea poi fra fenomeni nati nel sottobosco, ampiamente documentati (attraverso colonne e colonne di articoli, recensioni, lunghissime interviste e foto in bianco e nero) e le successive esplosioni dei suddetti generi, dal punk-rock/hardcore al death metal, dal grunge al noise-rock fino a gran parte del panorama weirdo che pure si è avvalso per farsi conoscere, rispetto a fenomeni passati, delle piattaforme più diverse. Io stesso, a dire il vero, ho perso le tracce dell'universo fanzinaro e non mi sono interessato più di tanto a quel che fosse sopravvissuto e cosa no, pur sapendo che di certo qualcuno aveva continuato a pubblicarne e ne avesse create di nuove.

Vero anche che qualche meritevole webzine ha ereditato quel ruolo storicamente appartenuto alle fanzine, avvalendosi dell'immediatezza del mezzo (1 o 2.0 che sia) e che con quest'ultime invece, nella maggiorparte dei casi, si rischia di avere spesso fra le mani un prodotto di quell'estetica vintage di cui da tempo bisogna iniziare a diffidare. Bello il ritorno delle cassette e della dimensione DIY (che sottolineiamo, non è mai scomparsa del tutto, e che anzi la Rete ha portato a un altro livello) ma inutile dire che fino a qualche anno fa fare una cassetta era da sfigati e piuttosto ci si bullava sotto casa, nelle redazioni e ai concerti col proprio cd-r homemade. Cos'è cambiato allora rispetto al passato? La trasversalità di una musica che per la prima volta accoglie nel proprio seno e sviluppa un ampio spettro di generi anche molto distanti fra loro (dal folk al noise) è stata resa possibile anche e proprio da un'estetica condivisa e multiforme. Un feeling postmoderno quindi in grado di accomunare tanti elementi preessitenti ma che ha cercato per la prima volta in modo convinto di andare oltre il citazionismo, crogiolandosi in differenti tradizioni e scene ma senza sposarne davvero una in particolare. E se pure è ancora facile riconoscere al primo colpo, anche solo da una copertina, un gruppo di area post-indutriale rispetto a uno più ""indie"", non è poi così scontato che orientarsi nel macrocosmo weird sia diventato così semplice e dove nei concerti il palco possa essere diviso fra i Ponytail e i Robedoor e magari anche i Woods, così come riportato proprio in uno dei report di Balladry.

Bisogna comunque sapere discernere, adesso come vent'anni fa, basandosi sugli esiti musicali. Si spera che alla fine la storia ti darà ragione per quello che suoni e come lo suoni, non per il look fatto di stracci colorati, maschere più o meno fantasiose e l'artwork fintamente dimesso, minimale, bravo tu che hai fatto la scuola d'arte figa nella grande mela. Banalità, certo. Ma non è un caso che anche una fanzine così ben fatta come Balladry, capace di ospitare fra le sue pagine interviste ad artisti antitetici come Jessica Bailiff e Heavy Winged, ma anche ai tizi di Mutant Sounds, foto o lavori grafici di Shawn Reed e Pete Freil, ti lasci poi un sapore strano in bocca. Il risultato è buono ma, se fossi un Ghezzi qualunque, direi che è come artefatto più che fatto ad arte. Pagine patinate, copertina pasticciata ad hoc, polaroid di concerti... non so, forse crescendo si perderà di obiettività e si rischia di pensare che le fanzine fotocopiate - dove il collage era una necessità e non una virtù preconfezionata e ammiccante - erano "meglio di", più sincere. E così come per i dischi anche in questi casi bisogna valutare il risultato finale e non la sincerità di fondo, però l'impressione resta. Così come resta il dubbio che in più di un settore della "scena" siamo ormai alla frutta, colpa anche di una tendenza generale del panorama musicale in cui si alternano solo fenomeni minimi ed estemporanei. Ecco, in quello purtroppo la musica weirdo ha precorso i tempi, ma per fortuna anche nella capacità di allargare lo spettro di possibilità espressive per un musicista dotato di un minimo di mentalità aperta. L'undeground resterà sempre vivo ma già da un po' di tempo c'è voglia di qualcosa di diverso, di qualcuno che abbia voglia di dire qualcosa senza starsi a guardare troppo intorno e senza pensare già al layout del proprio myspace.

(Ora precisamente non mi ricordo più dove volevo andare a parare, però la fanzine, insomma, è carina. Per info scrivete a balladrymag@mail.com)

3 settembre 2009

Hair Police - Our Lunar Guardian (Gods of Tundra)

Tanto per non uscire da quella condizione psicotica che li ha resi celebri, in cui l'orrore è qualcosa di concreto ma anche indistinto e quindi tanto più inquietante, gli Hair Police si ripresentano con una cassetta che è tutta un programma. L'artwork è un collage confuso di immagini non ben precisate, il titolo si legge appena, che l'etichetta sia la Gods of Tundra di Mike Connelly lo sappiamo grazie ai cataloghi e, per finire, i due brani sono senza titolo e non si sa quale sia il lato a e quale il b del nastro.

D'altro canto, per il discorso che facevamo prima, è proprio da questi particolari che gli Hair Police hanno estrapolato tutta una poetica noise fatta di lettere anonime, psicosi e torture audio. Uscita fra l'ultimo album in studio per la NNF e il vinile per quei santuomini della Hundebiss, la cassetta è la classica uscita intermedia in cui si mettono in ordine le idee e intanto si rimescolano gli ingredienti ben noti ai fan. Ben fatta quindi, giocata più sulle atmosfere lugubri e striscianti che sull'espressionismo noise "Our Lunar Guardian", a dispetto del titolo, più che una vista panoramica suggerisce una camera a circuito chiuso che riprende qualcosa di cui è meglio non sapere. Da un lato di sente la morbosa mano del Connelly solista ma dall'altro anche e soprattutto la fedeltà alle proprie ossessioni, che resta il modo migliore per portare avanti una qualsiasi esperienza "artistica". Il secondo brano libera un po' la bestia, facendosi ancora più minaccioso fra voci modificate e qualche brandello più canonicamente noise, prima di abbandonarsi alle usuali, striscianti atmosfere electro.

Non resta quindi molto da aggiungere se non affidarsi alle cure di un gruppo che continua imperterrito la propria strada senza fregarsene troppo di quel che gli accade intorno. E uno dei pochi di cui probabilmente ci si ricorderà in futuro, passata la sbornia weird di questi ultimissimi anni. Un'ultima notazione di tipo collezionistico: la copertina che ho trovato online è verdina, la mia beige. Non si sa quante ne siano state stampate né appunto se con copertine di diverso colore.

22 giugno 2009

Steve Gunn/Shawn David McMillen – End of the City (Abaddon/Abandon Ship/DNT, 2009)

Questo, in tanta musica weird e free qualcosa, sembra quasi un disco normale. Prodotto da una cordata di etichette ormai note fra gli appassionati, abbiamo a che fare con uno split LP che per una volta ci mostra due facce della stessa medaglia. Tanto per cominciare i musicisti coinvolti hanno un comune retroterra weird/psych/folk piuttosto visibile: Shawn David McMillen è noto per la sua esperienza nei Warmer Milks, mentre Steve Gunn prima di gettarsi in una fresca (ma già prolifica) carriera solista, è stato membro dei GHQ.
Il lato di McMillen evoca immediatamente un'atmosfera sospesa che viene riempita da una voce recitante, qualche nota di piano e cinguettii in loop. La reiterazione, la circolarità diventa insieme alla stratificazione l'elemento dominante della lunga traccia, quando non di tutto il disco. Il tessuto della composizione, infatti, tende a ispessirsi per minime variazioni/addizioni, con la sensazione che a McMillen piaccia giocare coi pieni piuttosto che coi vuoti. (Ed è una fortuna, perché quando il suono si fa troppo minimale scatena il lato peggiore dei critici che, di fronte a un tale deserto, hanno così un'ottima occasione per costruirci intorno giustificazioni teoriche che stanno solo nella loro testa). Mentre qui invece la musica ci avvolge sempre più, fra battiti, il piano che ricompare sul finale, un flauto che arriva da chissà dove e viene sepolto da una specie di sarabanda che, a sua volta, sfocia in un flusso di chitarra che rivela il lato più psych/folk del suo autore. Dimenticate gli eccessi dei Warmer Milks, ma abbiate fede nella testa malata di McMillen.
Il brano di Steve Gunn, registrato l'estate scorsa, è meno vario ma sembra poter andare ancora più in profondità. Gli arpeggi iniziali partono quasi in sordina, come semplice accompagnamento della cappa elettronica fatta di luci ed ombre che si muove in primo piano. Le note di chitarra se ne stanno così, sembrano guardarsi intorno. Invece il movimento s'inverte progressivamente ed è la chitarra a riemergere, grazie a un fingerpicking limpido, solare quasi, dal taglio piuttosto "classico" che trascina l'ascoltatore al centro di una specie di luogo puro e incontaminato. Anche quando il ritmo si fa più ossessivo - quantomeno per la circolarità del suo incedere - si resta sempre entro i limiti della dimensione creata da Gunn, senza tentazioni free. Si sente che Steve è in stato di grazia anche se, non avendo ascoltato le sue prove successive, non sappiamo quanto questo pregio alla lunga possa essere diventato un elemento castrante. Vista la qualità del pezzo sarei comunque più che ottimista.

Marble Sky - The Sad Return (Students of Decay, 2009)

Come tanti altri musicisti d'oltreoceano Jeff Witscher non è uno che se ne sta con le mani in mano. Probabilmente estemporaneo, ma genuino, il culto che si è creato col tempo intorno alle sue produzioni, con cassette spesso limitate a sole cinquanta copie di cui, peraltro, si dà notizia all'interno di una mailing-list altrettanto ristretta. Questa dimensione appartata rende problematico a volte mettere le mani su nastri e vinili, anche per chi ha pazienza di seguirne le evoluzioni. Non sempre è facile, oltretutto, scovare i numerosi progetti che porta avanti a suo nome o sotto mentite spoglie (Secret Abuse e Impregnable su tutti), senza contare le collaborazioni che lo vedono più o meno protagonista (da Greater Saga e Without Belonging con Jon Borges a Roman Torment con Evan Pacewicz, passando per Rainbow Blanket, Deep Jew e altri ancora).
Fra i più fortunati ma meno noti c'è senz'altro il progetto Marble Sky, sette cassette all'attivo - sparse fra la propria etichetta personale (la Callow God/Agents of Chaos), Monorail Traspassing e Pathetic Legends - e ora anche un cd, "Sad Return". Esaurita l'immancabile edizione limitata con 3" aggiuntivo, ci accontentiamo comunque della canonica edizione in cd e basta, tantopiù che si tratta di una mezza ristampa. Pulling Up Grass Under Blanket e Fade erano già finite sul debutto in cassetta del 2007, limitata criminalmente a quindici copie, mentre per l'altra metà del disco abbiamo un paio di brani registrati per l'occasione. Una cinquantina di minuti per esprimere il lato più morbido e meditativo di Witscher, il quale dal canto suo dimostra comunque di aver ormai assimilato anche questo lato della propria personalità musicale. Anzi lo ritroviamo ormai sempre più spesso a suo agio ad alternare tempeste harsh-noise a droni di varia natura, fino ad arrivare a casi come questi dove sprofondiamo spesso in territori di ambient pura. I drones, infatti, a un primo ascolto non ci appaiono così insistiti e tendono a smaterializzarsi in quello che all'apparenza poi sembra un unico grande pattern cresciuto alle spalle di tutto, anche quando sono più marcati come in Dull Hue (che pure si segnala come una delle tracce più variegate del cd). Queste semplici modulazioni di synth e chitarra, quindi, non rivoluzionano nè il genere nè l'esetetica di Witscher, ma dimostrano senz'altro come una formula ormai classica (non è qui che troverete l'originalità per intenderci) possa dare ancora buoni/ottimi risultati. La linearità di Fade e il luminoso crescendo di What You Might Forget ci aprono ogni porta possibile, come se fossimo in grado di scattare istantanee anche mentre sogniamo.

p.s. Qui e qui potete scaricarvi un paio di cassette ormai esaurite.